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Da autorevoli fonti:

“La destabilizzazione climatica iniziatasi con la nascita dell’industrializzazione, ha avuto una forte impennata solo di recente. Il biossido di carbonio nell’atmosfera intorno alla metà del 19° secolo era di circa 280 parti per milione mentre soltanto 100 anni dopo era cresciuto a 360 parti per milione.
Dal 1950 al 1999 solo 11 paesi hanno emesso 530,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica così imputabili: gli U.S.A. con 186,1 miliardi, l’ Unione Europea con 127,8 , la RUSSIA con 68,4, la Cina con 57,6, l’ Ucraina con 21,7, l’ India con 15,5, il Canada con 14,9, la Polonia con 14,4, il Sud Africa con 8,5, il Messico con 7,8 e l’Australia con 7,6.
Aumentando il biossido di carbonio nell’atmosfera, le molecole intrappolano più calore favorendo l’innalzamento della temperatura globale. Insieme agli altri gas serra, come il metano (circa il 10% del foraggio dato agli animali allevati industrialmente finisce nell’atmosfera sotto forma di metano) e l’azoto, questo cocktail gassoso diventa catastrofico. Il primo effetto di questa miscela e delle sue conseguenze è rappresentato dalla conseguente inevitabile instabilità climatica. In un rapporto del 1994, l’ IPCC ( Intergovernmental Panel on Climate Change ) rilevava che le emissioni prodotte dalla combustione di carbone e petrolio avevano intrappolato una eccessiva quantità di calore solare e che le preoccupanti alterazioni riscontrate riguardavano l’ aumento in molte parti del globo dell’incidenza di alte temperature, di siccità estreme e di alluvioni catastrofiche con conseguenti irreversibili modificazioni di interi ecosistemi con insorgenza di epidemie e potenziali pandemie.
L’ IPCC con il rapporto Climate Change 2001 frutto di due anni di lavoro di oltre 1000 scienziati, afferma che le temperature del pianeta continueranno a salire di almeno 5,8 gradi entro la fine di questo secolo. Questo valore è comunque superiore di oltre il 100% a quello previsto nello stesso rapporto presentato dal gruppo di scienziati datato 1985 con conseguente conclusione che l’accelerazione è risultata imprevista nelle proiezioni di 15 anni prima. E se questi 5,8 gradi dovessero subire la stessa imprevedibile accelerazione rispetto alla previsione? Già questo valore causerà impatti disastrosi sugli ecosistemi: alluvioni, frane, cicloni, con le conseguenti inevitabili catastrofi, carenze idriche , aumento e sviluppo di nuove malattie, insomma sconvolgimenti con visioni apocalittiche conseguendone danni per miliardi e miliardi di dollari. Il Global Commons Institute ha valutato che i danni in conseguenza del mutamento climatico potrebbero assommare a 200 miliardi di dollari entro il 2005 e 400 miliardi entro il 2012 ma nel 2051 potrebbero superare i 20.000 miliardi di dollari.
Le prime aree colpite dai disastri climatici saranno le zone costiere causa l’innalzamento del livello dei mari: intere città con le loro popolazioni, piccoli stati insulari, potrebbero essere devastati da uragani e violente tempeste oltre che dall’aumentato livello del mare. Una delle condizioni per cui si generano i cicloni tropicali è la temperatura della superficie marina di 26 o 27 gradi. Il riscaldamento globale inevitabilmente innalza la temperatura del mare conseguendosi la formazione di uragani devastanti. I cicloni rappresentano uno dei disastri umani più distruttivi con cui l’uomo dovrà sempre più confrontarsi. I cicloni mentre una volta erano classificati come eventi rari, oggi sono sempre più annoverati tra le crisi ecologiche provocate dall’uomo e scatenate dalla combinazione tra mutamento climatico, industrializzazione e deforestazione. Grazie a questi agenti, la velocità media del vento dei cicloni è passata da una media di 73 km. orari che si registrava fino alla metà del secolo scorso a quella di 260 km. orari di oggi e più la temperatura del mare si alzerà più la frequenza dei cicloni si incrementerà.
Si riportano solo alcune delle centinaia di calamità che sono accadute negli anni tra il 1995 ed il 1999 connesse al cambiamento climatico: nel 1995, un’inondazione nel Bangladesh colpisce quasi 10 milioni di persone con oltre 70 morti. Sempre nel 1995 , l’isola di St Thomas nei Caraibi è devastata dagli uragani. In Europa, contemporaneamente, i Paesi Bassi e la Francia vengono colpiti da alluvioni mai ricordati a memoria d’uomo. Ancora nel 1995 nella Spagna meridionale, a Cadige, si registra la più forte siccità mentre in Russia si toccano i 34 gradi inaspettabili ed in India settentrionale la temperatura torrida raggiunge i 45 gradi uccidendo 300 persone. A Chicago muoiono per il caldo più di 500 persone. La Gran Bretagna registra l’ estate più calda dagli ultimi 350 anni e la stagione più secca dal 1721. Il nordest del Brasile soffre per la peggiore siccità del secolo e nel giugno in Canada gli incendi bruciano intere foreste propagandosi per quasi 100.000 ettari al giorno. Anche in Mongolia bruciano 280.000 ettari di foreste e di pascoli.
Nel 1996 in India muoiono 2000 persone nell’ Andhra Pradesh a causa del più intenso ciclone del secolo. Sempre nel 1996 in Angola muoiono 600 persone per i tifoni mentre nel Nord Corea 5 milioni di persone perdono tutto per alluvioni inaspettate. In Oklahoma e nel Kansas la peggiore siccità del secolo distrugge milioni di ettari di frumento facendo scendere le riserve di grano degli Stati Uniti al livello più basso degli ultimi 50 anni. Sempre per siccità si registrano crisi alimentari ed idriche In India nel Gujarat, nel Rajasthan, nel Madhya Pradesh, nell’ Orissa e nel Chattisgarh.
Nel 1997 per piogge torrenziali, nelle Filippine, muoiono 30 persone e 120.000 restano senza casa. Sempre nel 1997 una successione di gelate e tempeste provoca 25 milioni di dollari di danni nel Pacifico nord occidentale. In Bolivia un alluvione cancella 100.000 fattorie. Il fiume Ohio supera di 12 metri il livello idrografico trascinando 57 persone verso la morte e migliaia debbono abbandonare le loro case lungo il suo bacino cioè nell’ Indiana, nel Kentucky, in Ohio e West Virginia. Nel Manitoba canadese, nel North e South Dakota e in parte del Minnesota, l’inondazione del Red River fa contare oltre 2 miliardi di dollari per danni. Ancora nel 1997, le temperature invernali a Rio de Janeiro arrivano a toccare i 42 gradi.
Nel 1998, a gennaio, in Perù cadono 13 litri di pioggia per metro quadrato in 14 ore, distruggendo oltre 800 chilometri di strade e facendo crollare 60 ponti. Il mese dopo, in Ecuador, 3084 persone si ammalano di colera mentre per gli allagamenti e le frane muoiono 108 persone e 28.000 perdono la casa. Sempre nello stesso anno, i fiumi Juba e Shabeele straripano uccidendo nel Corno d’ Africa oltre 2000 persone e milioni di capi di bestiame. Ancora nel 1998 si abbatte una micidiale tormenta di neve sugli altipiani occidentali della Cina: oltre 60.000 pastori della provincia di Qinghai e del Tibet perdono 750.000 capi di bestiame, quasi tutte le risorse alimentari e 48 di loro anche la vita. La nevicata fu inaspettatamente più intensa della media di almeno 4 volte con temperature scese fino a 49 gradi sotto zero. Nello stesso mese, nel Laos, molte risaie sono devastate dalle inondazioni procurando una crisi alimentare per oltre 10 milioni di Laotiani che rimasero a rischio di morte per denutrizione. Nello Yemen, nel giugno dello stesso anno, 330 persone perdono la vita per la peggiore alluvione degli ultimi 40 anni. L’ inondazione, poi, divenuta acqua stagnante, fa scoppiare un’epidemia di malaria provocando altri 30 morti e 168.000 infettati.
In Messico, più di 13.000 incendi devastano intere aree lasciando morti e devastazione facendo scattare l’allarme ambientale a Città del Messico e quando la nuvola di fumo si sposta sul golfo , il Texas entra in stato di allarme sanitario. In Indonesia e Malaysia il fumo degli incendi provoca situazioni di emergenza con chiusura degli aeroporti e delle scuole mentre due navi entrano in collisione, sempre per il fumo, nello stretto di Malacca conseguendone 29 morti che si assommano ai 234 di un incidente aereo provocato dal fumo di incendi forestali. Altre centinaia di morti si contano per incidenti stradali causati dalla scarsa visibilità.
Nel 1999 un micidiale ciclone devasta l’ Est dello stato di Orissa nell’ India orientale: danneggia circa due milioni di case e 730.000 ettari di risaie in dodici distretti costieri. L’80% delle palme da cocco vengono sradicate o danneggiate irrimediabilmente e tutte le piantagioni di papaie e di banane sono cancellate. Muoiono più di 300.000 capi di bestiame, più di 1.500 pescatori perdono tutto e più di 15.000 stagni vengono contaminati dalla salsedine. I decessi delle persone, pur non essendoci stime ufficiali, vengono descritti in circa 20.000 unità.
Gli anni 2000, 2001 e 2002 e 2003 non sono esenti: purtroppo si registra una costante crescita dei drammatici eventi ascrivibili alle mutazioni climatiche: cicloni, uragani, siccità e vastissimi incendi, nevicate intense e temperature polari distribuiscono distruzione e morte in tutto il pianeta, fino ad arrivare ai circa 35.000 morti in Europa per il caldo estivo nell’estate del 2003. La Francia e l’ Italia pagano un altissimo tributo di vite umane, prevalentemente anziani. 
Il mutamento climatico, quale conseguenza dei gas serra prodotti dall’inquinamento dell’”homo sapiens tecnologicus”, oltre ad accrescere il numero delle alluvioni e dei cicloni, e produrre siccità e forti calure, attacca anche le calotte polari ed i ghiacciai, riducendoli inesorabilmente. La copertura di neve nell’emisfero settentrionale si è ridotta di oltre il 10% nel corso dell’ultimo triennio. 
A causa dei cambiamenti climatici, la temperatura del globo è aumentata di circa 1 grado rispetto ad un secolo fa. E sempre nell’ultimo secolo i dodici anni più caldi si rilevano tutti dopo il 1983 ed i 4 più caldi in assoluto negli ultimi 10 anni. Dal 1980 la temperatura media in Alaska e Siberia è salita di ben 4 gradi. Le calotte glaciali si formano più tardi e si frammentano anzitempo, riducendosi inesorabilmente. Durante l’ultimo quarantennio si è verificato un decremento del 40% dello spessore del ghiaccio marino perenne dell’ Artico. Le temperature in aumento stanno sciogliendo anche i ghiacciai montani e continentali. Tra il 1961 e il 1997 i ghiacciai montani si sono ridotti di 400 chilometri cubi. Il caldo prodotto dall’ effetto serra è responsabile di 8000 joule per quanto riguarda la fusione del ghiaccio antartico e groenlandese e di 1100 joule per lo scioglimento dei ghiacciai montani.
I ghiacciai si stanno esaurendo nelle Alpi, in Alaska e nello stato di Washington, mentre il Kilimangiaro, la montagna più alta dell’ Africa, ha perduto oltre il 75% della sua calotta glaciale. Solo due dei sei ghiacciai venezuelani sono ancora visibili mentre si prevede che i ghiacciai del Glacier National Park del Montana saranno irrimediabilmente sciolti entro il 2070. Il ghiacciaio del Gangotri che alimenta il fiume Gange, arretra di 5 metri all’anno. Solo lo scioglimento dei ghiacciai al di fuori della regione polare farà alzare il livello dei mari anche di 5 centimetri.

L’ Intergovernmental Panel on Climate Change prevede un aumento medio della temperatura globale tra i 1,5 e 6 gradi entro il 2100. La catastrofe globale appare inevitabile.
L’ Aosis chiede che entro il 2005 i livelli di emissioni di biossido di carbonio vengano ridotti del 20% rispetto al 1990. Germania e Gran Bretagna propongono una riduzione del 10% entro il 2005 e del 15% entro il 2020. Gli scienziati olandesi la indicano tra il 60 ed il 70%. "

Ancora da autorevoli fonti:

“Alla fine del 2003, uno degli anni più caldi a memoria d’uomo, l’Istituto oceanografico Woods Hole ha pubblicato una ricerca in cui segnalava che la salinità dei mari polari stava diminuendo, mentre era in aumento quella delle acque tropicali e si stavano registrando cambiamenti radicali delle correnti oceaniche che regolano la stabilità del clima mondiale, mentre effetti metereologici particolarmente insoliti e violenti si manifestavano un po’ dappertutto. 
Questi scienziati considerano il cambiamento in atto della circolazione della Corrente del Golfo nel Nord Atlantico il più grande e preoccupante mutamento oceanico mai misurato da quando si dispone di strumenti idonei per la rilevazione. La scomparsa della Corrente del Golfo si trasformerebbe nella maggiore catastrofe mai registrata nella storia: non risparmierebbe anima viva sull’intera superficie terrestre; tutti ne rimarrebbero coinvolti e non esisterebbero zone sicure. L’area interessata sarebbe amplissima ed i danni persisterebbero sino alla ricomparsa della Corrente. Potremmo rimanere in questa morsa climatica per migliaia di anni con una quasi totalità di riduzione per la Terra di ospitare la vita.
I repentini cambiamenti fanno parte del normale andamento climatico terrestre: se ne sono verificati moltissimi nel corso della storia e negli ultimi tre milioni di anni hanno seguito cicli regolari. L’emersione dell’istmo di terra centroamericana, 2,8 milioni di anni fa, modificò la struttura fondamentale delle correnti oceaniche e questo, unito a variazioni delle emissioni di energia solare e a leggeri cambiamenti nell’orbita terrestre, ha portato da allora ad avere un clima molto meno stabile.
Si sono conseguite numerose ere glaciali, ciascuna della durata di centomila anni circa, intervallate da periodi interglaciali di diecimila o quindicimila anni e tutta la storia umana si è sviluppata nell’ultimo terzo del periodo interglaciale più recente.
La prossima era glaciale avrà inizio quando le correnti oceaniche cesseranno di portare acqua calda nelle regioni polari e la neve non riuscirà a sciogliersi per varie estati consecutive. Questo provocherà l’aumento della riflessione superficiale del pianeta al punto da consentire la formazione di ghiacciai di vastissime estensioni. Prima di quel momento vi sarà un picco di calore, seguito da un violento cambiamento nelle condizioni metereologiche. Questo innalzamento della temperatura si era quasi verificato nell’estate del 2003, quando le temperature in Europa raggiunsero livelli senza precedenti e persino nell’Artico il termometro salì molto al di sopra della norma. Abbiamo sfiorato come conseguenza del forte innalzamento della temperatura dei mari la conseguente formazione di un evento ciclonico apocalittico che avrebbe innescato quel processo di cambiamento climatico con conseguenze inimmaginabili sulla sopravvivenza delle specie viventi nel nostro pianeta. Certamente non vi sarebbe alcun continente, né città, villaggio o persona che potrebbe restarne indenne e l’aspetto peggiore è che il cambiamento potrebbe verificarsi in ogni momento.
L’uomo non ha la possibilità di intervenire sui cicli che alternano le ere glaciali a quelle interglaciali, ma un’accurata pianificazione regolata da una Carta Costituzionale Mondiale a tutela della Democrazia Ecologica può minimizzare l’impatto dei mutamenti climatici sulla civiltà e possibilmente rinviare o attenuare la violenza degli sconvolgimenti. 
Purtroppo però i governi dei vari paesi non sono riusciti a trovare un accordo su una politica planetaria comune per far fronte ai cambiamenti climatici. Se i capi di governo si impegnassero a ratificare il Protocollo di Kyoto seguendo l’esempio del Canada, potremmo ottenere una riduzione delle emissioni di CO2, specialmente nei paesi industrializzati, dove è più facile controllare i livelli di inquinamento. 
La sfida riguarda tutti, industrie, governi ed i singoli utilizzatori di energia: se questa decisione venisse adottata anche solo da un 20% dei cittadini europei, degli Stati Uniti, del Canada, del Giappone ed ora anche della Cina, recentissimo megautilizzatore di energia, i livelli mondiali di emissione di CO2 scenderebbero al punto tale che il fattore umano avrebbe un impatto minimo sul riscaldamento globale ritardando notevolmente lo sconvolgimento finale.
Al contrario, invece, c’è una mancanza di impegno a livello dei capi di stato, a cominciare dagli Stati Uniti, che hanno adottato una posizione di indifferenza pericolosa ed aggressiva nei confronti dei cambiamenti climatici, proprio quando miliardi di vite umane sono minacciate. Coloro che deliberatamente ignorano il pericolo saranno non solo i responsabili della più grande catastrofe che potrà verificarsi da un momento all’altro, ma anche della fine della civiltà moderna, la migliore, la più libera e forse la più evoluta che l’umanità abbia mai conosciuto.”

26 dicembre 2004: un terremoto ed un maremoto apocalittico interessano il Sud Est Asiatico spazzando la vita nei territori colpiti. Le dimensioni dell’evento sono tali che l’isola di Sumatra risulta spostata di oltre 30 metri e si producono variazioni addirittura nell’asse terrestre. Che ci sia un collegamento tra l’evento e le variazioni climatiche in atto? E’ presto per dirlo ma non è presto per pensarlo!

Finalmente qualcosa si muove. Coscienza e conoscenza stanno timidamente crescendo.

L’anno 2005, con le sue catastrofi e le migliaia di morti, conferma l’incalzare drammatico delle variazioni climatiche che esponenzialmente stanno condizionando la nostra esistenza e quella del Pianeta. Il 2005 ha raggiunto il triste record per il numero di tempeste tropicali, tra cui Katrina che ha quasi cancellato New Orleans e di piogge, prevalentemente in tutta Europa. Il grido d’allarme dei climatologi diviene sempre più pressante e l’attenzione degli scienziati sempre più concentrata su questo tema.
Nasce una nuova disciplina: la geoingegneria ovvero l’ingegneria della Terra e del clima. Obiettivo di questa disciplina è quello di produrre soluzioni, alcune dal sapore fantascientifico, finalizzate a rallentare quanto più velocemente il surriscaldamento della Terra, per avere il tempo di sostituire le fonti inquinanti con tecnologie pulite, quali aperture che già s'intravedono oggi con alcune compagnie aeree brasiliane che hanno sostituito il kerosene con l’etanolo, ottenendo voli puliti. Oltre alle scarse volontà di convertire le tecnologie inquinanti, ci sono i tempi per attuare le conversioni che non sono certamente poca cosa. 
Per abbassare le temperature, si potrebbe costruire un immenso ombrellone spaziale formato di palloni riflettenti che volano nella stratosfera o una griglia metallica riflettente, come sostiene il fisico Lowell Wood, da collocare in una opportuna orbita, in modo da diminuire il calore dei raggi solari e la luce che riceviamo, ottenendo così lo stesso effetto che determinano le nubi quando il cielo è coperto.
Oppure costruire nubi: le nubi, infatti, aumentano l’albedo, vale a dire la quantità di luce che la Terra riflette nello spazio. Il progetto di Stephen Salter, geoingegnere presso l’Università d' Edimburgo, è quello di costruire piattaforme galleggianti che userebbero l’energia eolica per attivare turbine per polverizzare l’acqua marina che condensandosi con l’umidità favorirebbe la formazione di nubi che a loro volta rifletterebbero i raggi solari diminuendo le temperature medie del pianeta. Quali potrebbero essere, però, le conseguenze di questo progetto sulle alterazioni climatiche di molte aree della Terra? Alcuni simulatori sono già operativi per studiare tutti gli effetti correlati a tali progetti.
Altri progetti mirano a catturare il pericolo primo per il clima: il CO2 ovvero l’anidride carbonica. 
L’oceanografo John Martin osservò che il ferro stimolava la crescita d’alghe microscopiche che con il loro metabolismo assorbivano CO2 per cui il progetto di fertilizzare i mari con ferro potrebbe determinare un forte assorbimento dell’anidride carbonica da parte di queste alghe. Secondo le stime scientifiche risulta che un solo kg. di ferro porterebbe all’assorbimento di 100.000 kg. di CO2. Un massiccio intervento in questa direzione potrebbe, però, far prevalere alcuni organismi a danno di altri, sconvolgendo l’ecosistema.
Come si vede, l’equilibrio è tale perché si è formato in milioni d’anni e soluzioni drastiche devono essere studiate ed approfondite proprio per non turbare questi equilibri ed evitare il generare di altri effetti negativi.
Piantare alberi va benissimo per alcune zone, ma non a livello globale. Se poi consideriamo che un albero che va a fuoco immette nell’atmosfera la quantità d’anidride carbonica che ha assorbito durante tutta la sua vita, c’accorgiamo di quanto sia palliativa questa soluzione. 
Klaus Lackner, fisico al Centro d’Ingegneria della Terra della Columbia Univerity propone di prelevare direttamente la CO2 dall’aria con filtri percorsi da idrossidi di sodio o calcio che catturano il gas. Un filtro grande quanto un televisore potrebbe intrappolare, in un anno, circa 25 tonnellate di gas. Per intrappolare i 30 miliardi di tonnellate di CO2 prodotti dall’uomo nello stesso anno, quanti filtri si dovrebbero realizzare? E’ un’impresa ciclopica.
Roberto Bencini, geologo ed advisor dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia spiega che è più facile intrappolare la CO2 nel sottosuolo, come già avviene per alcuni impianti d’estrazione di gas naturale e per alcune centrali termoelettriche ove l’anidride carbonica in eccesso viene prelevata, compressa ed iniettata in una falda acquifera profonda. Un altro impianto in Canada, ogni giorno inietta 5.000 tonnellate di CO2 in un giacimento petrolifero a circa 1,6 km. di profondità con il duplice vantaggio d' agevolare l’estrazione del petrolio. Gli studi hanno dimostrato che in questi depositi l’anidride carbonica s' autosigilla, reagisce con i silicati e si trasforma in minerali cementando la porosità delle rocce. Si stima che il 99,999% della CO2 rimarrà intrappolata nel sito per almeno 5.000 anni.
La CO2 potrebbe anche essere immagazzinata in fondo agli oceani ove resterebbe ingabbiata dalla pressione. 
Progetti estremi, a prima vista fantascientifici, ma che testimoniano la grande corsa in atto per riparare i danni che la componente antropica ha e sta producendo sugli equilibri del pianeta, danni che già molti scienziati considerano irreversibili, preconizzando il peggio, finanche l’estinzione di gran parte delle forme viventi in tempi rapidissimi.
Prima che queste tecnologie s’affermino è necessario che il protocollo di Kyoto fissi nuovi e severi limiti alle emissioni di gas serra giacché i valori a suo tempo previsti non sono più sufficienti a contrastare gli effetti sul clima e soprattutto che ogni Nazione aderisca a questo protocollo, in particolar modo gli Usa e la Cina che sta attraversando una stagione d’enorme e rapidissimo sviluppo con conseguenze devastanti per l’inquinamento. 
Ormai il riscaldamento globale è sotto i nostri occhi e non c’è giorno che i massmedia non ne parlino e, finalmente, una gran parte del mondo scientifico prende in seria considerazione i fenomeni che con una progressione crescente, negli ultimi 30 anni, stanno caratterizzando il clima e gli effetti devastanti che esso produce. Era ora che prendesse forma quell’accelerazione culturale e quella coscienza che dovranno costituirsi a fondamento di un radicale cambiamento a cui l’uomo deve sottostare, pena la sua possibile estinzione. 

Anche il 2006 annovera una triste, lunga e monotona serie di disastri ambientali correlati agli sconvolgimenti climatici che sono passati attraverso i media quasi quotidianamente, finalmente facendo ulteriormente crescere il livello d’attenzione delle popolazioni tutte verso i cataclismi metereologici.
Adesso sono gli scienziati ad alzare la voce, addirittura tre dei più autorevoli gruppi di ricerca hanno anticipato al 2015 la data entro la quale, senza un radicale cambiamento delle politiche delle emissioni di gas, andremo incontro a cambiamenti radicali irreversibili e drammatici pur contrastati da una parte del pensiero scientifico meno catastrofico che pone al centro delle fenomenologia la ciclicità delle ere climatiche. Ma tutti riconoscono l’importanza di cambiare i comportamenti per interrompere un processo che riconosce all’intervento antropico una delle cause più determinanti dei cambiamenti in atto.
Anno 2006. 
B15A è il più grande iceberg che si sia mai staccato dalla banchisa antartica. E’ lungo 160 km. Ed è alla deriva. In Colorado un’ondata di gelo che non si ricorda a memoria d’uomo ha messo a rischio la sopravvivenza di molte specie. Anche le aree mediterranee, come nel sud Italia, sono state raggiunte da nevicate senza precedenti. Nello Yutan un fiume in piena cancella un intero paese. La Scozia è colpita da venti che soffiano ad oltre 200 km orari. La Cina è stata ripetutamente scossa da fenomeni di una violenza inaudita. E queste sono solo alcune citazioni di un lungo elenco di tutti i cataclismi che hanno caratterizzato l’anno 2006. 
I ghiacciai di tutto il globo si stanno sciogliendo a ritmi che i dati previsti negli scorsi anni sono stati superati ampiamente.
Di fronte a queste evidenze, ricercatori americani, britannici ed australiani, consultati dall’ONU avvertono che se la temperatura media terrestre continuerà a crescere anche di 1 solo grado, nell’arco di 10 anni il pianeta potrebbe raggiungere il punto di irreversibilità con conseguenze planetarie sull’ecosistema.
Il dato incontestabile su cui sono d’accordo la maggior parte degli studiosi del mondo è che la temperatura della Terra si sia alzata, negli ultimi decenni, in stretto rapporto con l’aumento dell’attività umana. Questo aumento della temperatura media non è uguale su tutte le aree del pianeta assumendo valori diversi tra cui una forte variazione nelle aree Artiche ove le temperature stanno determinando un processo di disgelo che ha già fatto crescere il livello degli oceani di oltre 10 cm. E’ una recentissima notizia (dicembre 2006), trasmessa dai mass media, di isole che sono già sparite dalle carte geografiche. Nel Pacifico il fenomeno del El Niño, il riscaldamento superficiale delle acque orientali ed equatoriali dell’oceano è divenuto più frequente, persistente ed intenso. Si prevede che il livello medio dei mari aumenterà di 50 cm. entro il 2050. 
Nelle aree temperate, come il Mediterraneo, l’alternarsi delle stagioni si sta trasformando dandoci inverni meno freddi e più umidi, come questo inverno 2006/2007, ed estati più afose con picchi torridi che si protraggono anche per più settimane producendo migrazioni verso nord di molte specie viventi ed alterazioni profonde degli ecosistemi. 
Gli ambientalisti richiamano tutti i governi del mondo a frenare le emissioni di gas serra rivolgendosi in particolar modo a Stati Uniti, India e Cina: queste ultime stanno registrando una forte accelerazione di sviluppo industriale immettendo nell’atmosfera una quantità di gas serra che solo nel 2006 ha azzerato la diminuzione di emissioni raggiunte dai Paesi aderenti al trattato di Kioto negli ultimi 15 anni. Per non parlare del buco nell’ozono che nel 2006 ha raggiunto la massima estensione mai registrata. Ormai è impensabile sfuggire ad una regolamentazione planetaria.

Anche nel 2007 l’elenco dei disastri e delle catastrofi ambientali si allunga quasi fosse ormai una normalità. Ci conviviamo passivi e silenziosi ognuno nella speranza di rimanerne fuori. Se dovessimo fare il bollettino delle sciagure che anche questo anno hanno colpito la nostra Terra rischieremmo d'essere ripetitivi con l’unica eccezione di descrivere nuove drammatiche scenografie.
Cresce, però, la coscienza e la conoscenza delle problematiche e dei rischi connessi alle instabilità climatiche nell’opinione pubblica e nei poteri forti a tutti i livelli, anche se per questi ultimi, ci viene da pensare, che le motivazioni siano da ricercare nella Shock Economy ovvero nel capitalismo dei disastri.
Nel novembre 2007 riportiamo l’ultimatum da un rapporto ONU 
“O cambiamo subito o ci sarà un disastro ambientale per l’effetto serra!”
Per Ban Ki-moon, segretario dell’ONU, unitamente ai più autorevoli scienziati del settore, dopo aver effettuato un’attenta esplorazione della foresta pluviale e dell’Antartide ha dichiarato che le conseguenze in atto per il surriscaldamento climatico sono già “un film dell’orrore”.
In Spagna, a Valencia, dov’è riunita l’organizzazione ONU, o meglio il Comitato Intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc) che in questo anno ha vinto il premio Nobel per la pace congiuntamente all'ex vice presidente americano Al Gore per il suo impegno e per la sua azione di sensibilizzazione sui rischi dei mutamenti climatici, avverte e scrive che non c’è più tempo. 
L'Ipcc è il comitato scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, la World Metereological Organization (Wmo) e L'united Nations Environment Programme (Unep) allo scopo di studiare il riscaldamento globale. I rapporti periodici diffusi dall'Ipcc sono alla base di accordi mondiali quali la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e il protocollo di Kyoto che le attua. 
Le cifre sono quelle note anche nel 4° rapporto: il livello dei mari è cresciuto negli ultimi 100 anni di 1 metro e mezzo e continua a crescere.
Le ulteriori conseguenze a cui andremo incontro per il progressivo scioglimento dei ghiacciai riguarderanno le grandi città, prevalentemente asiatiche, che saranno irrimediabilmente sommerse con conseguenze forse inimmaginabili, mentre in Africa, entro il 2020, oltre 250 milioni di persone rimarranno senz’acqua. 
Un terzo delle specie di piante ed animali sarà a rischio di sparizione in tutto il mondo.
Ovunque nella terra s'intensificheranno eventi estremi e catastrofi che modificheranno la vita sul globo.
Questo rapporto arriva a pochi giorni dalla conferenza di Bali che rivedrà il Protocollo di Kyoto, ormai superato dal precipitare degli eventi.
Per gli scienziati ONU non c’è più spazio per discussioni e dubbi. Si deve agire immediatamente e drasticamente. Entro il 2015 ( e mancano soltanto 8 anni) bisogna bloccare la crescita delle emissioni nocive, poi, ridurle rapidamente pena conseguenze che già oggi possono innescarsi improvvise ed irreversibili.
In questa preconizzata drammatica visione, si registra, fortunatamente, una progressiva coscienza della necessità di produrre cambiamenti. Anche la Cina e L’India che sono in una fase di crescita irrefrenabile appaiono più sensibili al controllo degli effetti inquinanti mentre negli USA, Al Gore, con la sua opera di sensibilizzazione, ha lacerato l’indifferenza del mondo economico e produttivo che ha immediatamente risposto fattivamente anche se il business intravisto con le aperture di nuovi mercati per prodotti che rispettano l’ambiente e la conseguente rottamazione degli inquinanti, rappresenta la strategia più opportuna per produrre il cambiamento che, tra le righe, potrebbe anche arricchire maggiormente chi è già ricco e potente. Anche se la ricchezza non ricadrà a pioggia sulla nostra terra, almeno sia salva la speranza che le generazioni future potranno sopravvivere godendo dei frutti e delle bellezze della terra, come è avvenuto per i nostri predecessori per migliaia e migliaia di anni.

Bali, ottimismo con moderazione.

La conferenza di Bali che ha riunito i rappresentanti di tutto il mondo, convocata per rivedere ed aggiornare i limiti delle emissioni di gas serra alle nuove drammatiche realtà, ha prodotto un topolino dopo aver rischiato più volte d’abortire. 
Dopo 13 giorni di trattative serrate, la "roadmap" di Bali è stata approvata per consenso dai delegati dei 190 Paesi presenti. Gli Stati Uniti, finalmente, pur confermando la loro contrarietà alla fissazione di vincoli obbligatori sulle emissioni di gas serra, hanno ratificato l’intesa, ormai unanime, a realizzare un nuovo accordo.
L'intesa prevede un percorso per negoziare il nuovo accordo sui mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto. Il 'Kyoto 2', che sarà negoziato nei prossimi due anni, sarà firmato a Copenaghen nel 2009. Il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.
Il patto che uscirà dai nuovi negoziati dovrebbe essere vincolante per tutti i Paesi a partire dal 2013.
Una doverosa citazione per l’Australia, meglio tardi che mai, che in questa conferenza di Bali ha ratificato il Protocollo di Kyoto.
Una ulteriore doverosa citazione: l'Italia, le cui emissioni la pongono molto al di sopra dei limiti previsti dal Protocollo,  risulta in ultima fila nella lotta ai cambiamenti climatici.

L’ unica concreta speranza per fondare, difendere e tutelare la Democrazia Ecologica rimane la Carta Costituzionale Mondiale, altrimenti con la nostra madre Terra seppelliremo anche le utopie!

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