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A memoria di

Sirani  Elisabetta

 

c.alessandri@libero.it

 


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1. Madonna della Rosa
2. Beatrice Cenci
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ELISABETTA SIRANI, PITTRICE, UNA MORTE MISTERIOSA NELLA BOLOGNA DEL 1600 
di Claudio Alessandri

A tutti coloro, studiosi d’arte o semplici intenditori di arte figurativa è fin troppo noto che, per secoli, le donne vennero escluse da questa attività adducendo varie motivazioni, alcune evidentemente dettate dalla retriva concezione che una donna è inferiore all’uomo in tutte le manifestazioni che coinvolgono l’intelletto, quindi prive di quel carisma esecutivo, in forme e pensiero, che è dote naturale degli uomini. 
Questa idea, più retriva che basata su verità inoppugnabili, ha attraversato i secoli riconoscendo solo a rarissime eccezioni il dono stupendo del dipingere al sesso femminile; ancora ai nostri giorni questa idea balzana non ha perduto del tutto la sua virulenza, forse per questo motivo voglio citare un chiaro esempio di donna pittrice a svellere, forse, una convinzione degna dell’oscurantismo più deteriore. 

Vogliamo ricordare la bolognese Elisabetta Sirani, figlia del pittore Giovanni Andrea Sirani molto apprezzato a Bologna, che operò nella città felsinea negli anni ‘600-700; Elisabetta pur essendo molto giovane era la più grande di numerose sorelle, ma non si lamentava mai se doveva accorrere ad assistere la madre immobilizzata a letto da una grave malattia, e doveva intervenire presso le sorelle perché smettessero di fare baccano disturbando nel lavoro il padre, badava ai lavori domestici e spesso veniva chiamata dal padre per la preparazione dei colori. 

Elisabetta, di carattere mite, non si lamentava, in compenso, fra un incombenza e l’altra, di nascosto del padre schizzava figure di santi, di putto componendo, alle volte, dei disegni pieni di figure perfettamente bilanciate, dimostrando oltre all’abilità nel disegno una capacità tecnica sbalorditiva per la sua giovane età. 
Un giorno mentre Elisabetta si apprestava ad uscire dallo studio per una delle tante incombenze, incrociò un grande amico del padre, il canonico conte Carlo Cesare Malvasia, un amante dell’arte che scriveva: “La Felsina Pittrice” che raccoglierà tutti i pittori suoi contemporanei e le notizie desunte dal Catalogo delle opere di Elisabetta Sirani, dalla stessa composto. 

Il conte come suo solito, si pose ad osservare l’amico pittore mentre creava l’ultima opera, non vedeva bene impedito da una tenda quindi ne scostò un lembo, in quel momento scorse la schiera a matita fino a quel momento non visibile, prese il foglio per esaminare quel bellissimo disegno, si trattava, di un volto di Madonna dai tratti bellissimi, convinto che a realizzarli fosse stato Andrea Sirani glielo mostrò chiedendo per quale opera avesse eseguito quel bellissimo “studio”. 
Andrea osservò il disegno e non lo riconobbe per suo, ma ne ammirò la stupefacente fattura. 
Il prelato, allora si rivolse ad Elisabetta invitandola a parlare, la fanciulla inizialmente fu molto ritrosa a riconoscere quel disegno per suo, ma dopo ripetute insistenze dovette riconoscere la paternità di quello “schizzo”. 

Il conte rimase meravigliato piacevolmente da quella rivelazione e chiamata a se la fanciulla le chiese se avesse il desiderio di divenire una grande pittrice, la fanciulla a quella domanda sentì una gioia immensa, sentì le lacrime di commozione riempirgli gli occhi e fuggì, in un’altra stanza confusa da quella ridda di sentimenti che le ballavano in petto. 
Il padre non rinunciò immediatamente alle sue convinzioni riguardo all’arte figurativa ed, ancora una volta, disse al suo amico: “Nessuna donna sarà mai grande artista”. 

L’amico, per fortuna, insistette riuscendo in fine ad aprire un varco nella corazza di prevenzione del Sirani che, finalmente si convinse a dare lezioni di pittura alla figlia alla quale riconosceva un talento eccezionale, ma non sappiamo per quale motivo rifiutava l’idea di sua figlia, una donna, professionista nel difficile campo della pittura. 
Trascorsero pochi mesi dalle prime lezioni ed Elisabetta sbalordiva per capacità di apprendere e per le prime opere, stupende, uscite dal suo pennello e dalla sua abilità nel trovare delle soluzioni valide a risolvere qualsiasi problema si presentasse nel corso del lavoro. 

Elisabetta Sirani era nata a Bologna l’8 gennaio 1638, il richiamo per la pittura non la raggiunse nei primi anni di vita, era una bambina servizievole, che si dedicava alacremente ai lavori domestici. 
Quando Elisabetta compì i sedici anni e già da quattro seguiva le lezioni del padre, alcuni gravi avvenimenti sconvolsero la vita economica della famiglia Sinari. La madre della pittrice venne colta da una paralisi totale, non era bastevole a gettare nell’angoscia quella famiglia che, fino ad allora, era vissuta in serenità e benessere. 
Il padre di Elisabetta venne colpito da una malattia spaventosa, in particolar modo, per un pittore; colpito dalla “chiragra” le sue mani si erano deformate a tal punto che gli era impossibile tenere nelle mani i pennelli. 

Per la famiglia Sirani iniziano inevitabilmente le ristrettezze economiche, ma la dolce Elisabetta dimostrerà, ancora una volta, generosità congiunta a praticità. Con infinita prudenza per non ferire il genitore, gli propose di produrre i dipinti e di cederli al padre che l’avrebbe commerciati a suo nome, le ristrettezze economiche che affliggevano la famiglia convinsero Andrea Sirani ad accettare questo compromesso che avrebbe salvato Elisabetta e tutta la sua famiglia dalla miseria più nera. 

Fu un momento di grande emozione, Andrea Sirani che per fare un favore ad un amico si era dedicato all’insegnamento della sua arte alla figlia convinto che questa, una donna non sarebbe mai stata in grado di andare più della mediocrità, adesso sgombrato il suo animo da quell’assurda prevenzione, quasi avesse aperto gli occhi in quel momento, divenne cosciente della bravura della figlia che andava ben al di la della mediocrità, apri anche il suo cuore a quella giovinetta, si strinsero in un lungo abbraccio mentre dai loro occhi sgorgavano copiose lacrime. 

Passarono gli anni e quando Elisabetta compì diciannove anni, la sua arte ormai libera da pastoie, era conosciuta in Italia e nell’intera Europa. Le “commesse” giungevano copiose, la sua bottega era meta, molto spesso di principi e nobili in generale, adesso Elisabetta si dedicava anche all’insegnamento in modo particolare alle sorelle minori che mostravano una discreta profusione per la pittura. 
Il successo non mutò il suo carattere, non si inorgoglì, lavorava alacremente per amore della pittura. Al tramontare del sole, quando la scarsa luce le impediva di dipingere, si dedicava ai lavori domestici senza mai trascurare i genitori ammalati, che ormai dipendevano in tutto da lei, ma non si lamentò mai, piuttosto trovava sollievo alla fatica del lavoro ed alla tristezza per la sua condizione di estremo disagio, suonando la lira, strumento nel quale eccelleva. 

L’attività artistica di Elisabetta è sbalorditiva, nei soli dieci anni nei quali potrà dedicarsi alla pittura, produce più di centosettanta opere, alle volte coadiuvata dalle sorelle Barbara ed Anna Maria e alcune volte, anche Ginevra Cantofoli, una allieva molto dotata e per questo a lei carissima. 

Purtroppo questa sua allieva tanto promettente, non saprà mai il perché, sviluppò una feroce invidia nei confronti di Elisabetta, molto probabilmente fu vittima di sentimenti delusione nel non riuscire a raggiungere la grande fama dell’insegnante; qualcuno giunse a pensare che il grande affetto che le dimostrava Elisabetta fu frainteso, ma si trattò di supposizioni, non emerse nulla di veramente concreto. 
Coloro che ebbero il privilegio di vedere al lavoro Elisabetta, rimasero sbalorditi per la sua grande velocità di esecuzione senza per questo trascurare il minimo particolare dell’opera. 

Le vari fasi delle realizzazioni del dipinto avvenivano con una tale rapidità da poter assistere in breve tempo l’opera completa; dal disegno dal quale prende forma il soggetto, alla stesura dei colori, la grande padronanza del disegno le consente di abbozzare e poi per perfezionare l’opera senza tentennamenti ne ripensamenti, il suo stile è di una “pulizia” senza pari, i colori delicatissimi risentono della forte influenza di Guido Reni che fu maestro di G. A. Sirani. 

La caratteristica per la quale Elisabetta era divenuta famosa, logicamente dopo l’apprezzamento per i suoi dipinti, era la fantastica velocità di esecuzione dei dipinti, lei stessa sorrideva meravigliata da questa facoltà poco comune. 
Si racconta che la duchessa di Brunswich incuriosita da quanto si narrava sulla grande abilità di quella giovane artista, volle recarsi a bottega esprimendo ad Elisabetta i forti dubbi su quanto si narrava. 

L’artista alla presenza della nobile dama tracciò velocemente le sembianze di un putto, dopo di che in brevissimo tempo lo completò nei minimi particolari e lo porse alla duchessa, prima però scrisse ai piedi del putto, la frase: “Intendam chi può, che m’intend’io”. Era evidente il senso di quella scritta che costringeva la duchessa ad abbandonare i suoi dubbi. 

La nobile dama non si offese per quella piccola impertinenza, anzi prima di andare via fece una importante commessa ad Elisabetta. Quello fu il tempo di massima fama della giovane artista; i frati della Certosa di Bologna le commissionario, dopo lunghe e laboriose trattative, un’opera riproducente il Gesù nel momento di ricevere il battesimo nelle acque del Giordano, si trattava di un quadro di grandissime dimensioni; ricco di molti personaggi e quindi di notevole difficoltà di esecuzione. 

A procurare questo importantissimo lavoro fu il suo primo estimatore, il conte Malvasia, la pittrice ricevuta la bellissima notizia cominciò a ballare dando sfogo a tutta la sua giovanile energia e senza perdere tempo, si mise immediatamente all’opera disegnando il soggetto fin nei minimi particolari. 
Il grande successo che rese felice Elisabetta, sembrò acuire l’invidia dell’allieva prediletta Ginevra Cantofoli, molti a Bologna non comprendendo le vere ragioni del risentimento che covava da tempo nel cuore di Ginevra, cominciarono a supporre un sentimento amoroso dell’allieva nei confronti dell’insegnante, questa evenienza rimase sempre nell’aria, ma non trovò mai conferma, servì solo a rendere ancor più misteriosa la cagione della morte prematura di Elisabetta che, purtroppo, giunse li a poco. 

Elisabetta tutta dedita al suo lavoro d’artista ed agli impegni che le imponeva la famiglia, non sembrò essere distratta da sentimenti amorosi, naturali per la sua giovane età, per la verità fra numerosissimi allievi del padre che privo dell’uso delle mani, si serviva della voce per impartire le sue lezioni, vi era un giovane bellissimo e gentile, Giambattista Zani che ben presto esternò i suoi sentimenti alla giovane che probabilmente corrispose a quel dolce sentimento, ma ancora una volta in lei prevalse lo spirito di sacrificio, se si fosse sposata non si sarebbe più dedicata alla madre costretta a letto, al padre con le mani inservibili, le sorelle che contavano esclusivamente sul suo aiuto materiale ed artistico, a tutte queste incombenze si era aggiunto il desiderio di un suo fratello di intraprendere i costosissimi studi di medicina. 

Elisabetta ripose i sentimenti amorosi nel suo cuore come a volerli conservare come dolce ricordo, ma fu decisa nel rifiutare le offerte matrimoniali di Giambattista Zani. 
Ginevra Cantofoli, molto più attraente di Elisabetta, innamoratissima di Zani, non venendo corrisposta nei suoi sentimenti esasperati, odiò ancor di più l’incolpevole Elisabetta che non si accorgeva affatto dei livore che covava in seno alla sua allieva e continuava a ritenerla un’amica sincera. 

Le opere dipinte da Elisabetta furono tantissime e di alcune non si fa cenno pur essendo meritevoli di ammirazione perché eseguite su richiesta dei suoi fratelli o numerosi amici oltre a tanti altri dipinti ceduti gratuitamente. Fra le opere maggiormente incisive è d’obbligo citare la “Maddalena orante” interpretato in modo originalissimo e al di fuori degli schemi classici, ma l’opera, fra le tante, che conseguirà Elisabetta Sirani fra i capolavori dell’arte è, senza dubbio un “Sant’Antonino” eseguito nel 1662, da considerare un vero e proprio capolavoro di perfezione pittorica, in quel quadro si riassumono tutti i grandi valori caratteriali di quella giovane artista dotata dalla natura di un carattere di un carattere dolcissima che sommato alla sua stupefacente propensione artistica, ne facevano l’ideale tramite fra la pittura e l’esecuzione profondamente ispirata. 
Nell’ agosto del 1665 Elisabetta accusa strani dolori allo stomaco eppure ha sempre goduto di ottima salute, rapidamente comincia a dimagrire, il suo volto diviene sempre più pallido, i dolori in alcuni momenti diventano lancinanti. 

Trascorse qualche giorno e la malattia sconosciuta di Elisabetta incrudelì sempre più, il medico che chiamato accorse al suo capezzale non seppe far altro d’ordinare una cura a base di corallo polverizzato, ovviamente questo intervento non risolve nulla anzi, molto probabilmente peggiorò le sofferenze della giovane. 
Il 27 agosto la giovane pittrice entrò nella stanza della sorella Barbara che giaceva a letto con qualche linea di febbre, il volto contratto di Elisabetta denunciava con evidenza la sua insopportabile sofferenza, farfugliò qualche parola per far capire alla sorella che si sentiva prossima alla morte, poi cadde in uno stato di totale incoscienza e dopo ventisei ore la poveretta spirò fra spasmi indicibili. Una morte crudele e inspiegabile che però fece sospettare immediatamente all’avvelenamento. 

Elisabetta era amata da tutta Bologna, chi avrebbe nutrito tanto livore verso di lei da propinarle un veleno. Nemici non se ne conoscevano, forse qualche invidia professionale, ma chi, per quanto si cercasse un colpevole non si giungeva mai ad una soluzione ragionevole. 
In un primo momento, come già detto tutto il popolo bolognese sostenne la colpevolezza di Ginevra Cantofoli, ma questa ipotesi venne rifiutata dagli stessi familiari della pittrice, l’invidia di questa per la sua insegnante era nota a tutti, ma da questo a sostenere che avesse potuto avvelenarla ne correva e di molto. 
Giovanni Andrea Sirani, padre di Elisabetta, in ogni caso sparse denuncia sei confronti di una certa Lucia Tolomelli, domestica in casa del pittore da circa tre anni, si era insospettito dell’insistere di questa di lasciare il suo servizio il 14 agosto, senza attendere i regali che giorno 15 solevano dare le padrone di casa adducendo, come motivo di tanta fretta, di non sopportare più i continui rimproveri, spesso ingiusti, che ormai regolarmente le rivolgeva la madre inferma di Elisabetta. 

Venne fatta anche l’ipotesi che la Tolomelli non si fosse resa conto di ciò che stava per fare perché agiva dietro istigazione di un uomo, poco raccomandabile di nome Riali, costui aveva preso l’abitudine di frequentare la bottega dei Sirani, era una figura moralmente discutibile e, pare, avesse chiesto ad Elisabetta di prenderlo come marito, ponendo in gran risalto i tanti vantaggi che sarebbero derivati alla pittrice dalla unione con lui, appartenente ad una casata nobile ed antica. 

Elisabetta però aveva reagito negativamente alle profferte di quell’uomo che sapeva di dubbia moralità aggiungendo che ben poca importanza attribuiva al suo nobile casato, preferendo quello dei Sirani che gli proveniva dal padre artista famoso e rispettato in tutta Europa. 

L’uomo lasciò stizzito Elisabetta e mentre si allontanava dalla bottega, la pittrice gli aveva mostrato una ben riuscita caricatura, un gesto impulsivo, ma pericolosa. 
Si suppose che questo episodio avesse fatto nascere in lui il desiderio di una atroce vendetta, da lì l’incarico alla serva, dietro compenso, di propinare il veleno alla povera giovane.In fine Lucia, la serva, venne accusata dell’omicidio, ma la donna si dichiarò ripetutamente non colpevole di quel gesto spaventoso , il processo durò a lungo , non esistevano prove e quelle che gli inquirenti erano riusciti a raccogliere con grande difficoltà non erano sufficienti ad accusare la donna, alla fine furono costretti a liberarla. 
Le conoscenze mediche del tempo della morte Elisabetta non erano in grado di stabilire con certezza la causa che aveva provocato quella morte prematura e straziante, l’autopsia rivelò che l’intestino della giovane presentava un foro che aveva devastato l’apparato digestivo della pittrice, a parere del medico poteva essere stato causato dall’effetto corrosivo di qualche veleno, oppure causato da umori malsani all’interno del suo corpo; questa seconda ipotesi ne da l’idea di quanto fossero inesistenti la conoscenza mediche di quel tempo. 

Comunque subito dopo la morte di Elisabetta ciò che accadde al suo corpo denunciò chiaramente una morte per veleno, il pallore si tramutò in livore, il viso si contrasse al punto che la povera giovane divenne quasi irriconoscibile e quasi subito ebbe inizio una rapida putrefazione; erano segni inconfondibili di un qualche veleno, non mancavano per quel tempo altri esempi simili. Quella tragica morte rimase un mistero. 

Elisabetta Sirani ebbe un funerale nella chiesa di S. Domenico, in Bologna, tutti i bolognesi parteciparono a quel triste evento, al termine della cerimonia funebre; le spoglie mortali di Elisabetta vennero tumulate nella tomba di famiglia del senatore Saulo Guidotti, grande amico ed estimatore del pittore Sirani nonché padrino di Elisabetta; nella stessa tomba giacciono già le spoglie di Guido Reni. All’interno della cappella di S.M. delle Grazie. 

Claudio Alessandri