Artists Gallery     

Kyoto Gallery

Info per aderire

Formmail Email

Luvit


Cerca nel sito

GuestBook

Contact


Lista eventi di oggi
PressRelease
   

         

Art News

 

 

 

La scienza si pone un obiettivo prioritario: la conoscenza. Essa è in continuo divenire, interrelazione ed accumulazione. Purtroppo, nel campo della biologia si deve fare i conti con un forte ritardo rispetto ad altre scienze. Questo ritardo si sta rapidamente colmando, grazie ad un generale anche forzato interesse che scaturisce dalle troppo rapide trasformazioni dell’ambiente che ci circonda di cui le alterazioni del clima su scala planetaria sono un’inequivocabile testimoniaza. Comprendere l’evoluzione dell’ambiente naturale del nostro pianeta, analizzare e capire cosa sia accaduto negli ultimi due secoli e quale impatto ciò abbia, stia e avrà sul prossimo futuro rappresenta la più urgente preoccupazione che l’uomo contemporaneo dovrà risolvere. L’evoluzione ha da sempre obbedito a ritmi e tempi dettati dalle condizioni circostanti ai tantissimi ecosistemi locali, ove animali, piante e microorganismi interagiscono e competono per un miglior adattamento alle condizioni circostanti ed entro certi limiti, per modificarle. Queste modificazioni non avvengono mai durante la vita del singolo organismo, ma hanno bisogno di tempi lunghi per permettere alle informazioni raccolte e trasferite alla scala dei discendenti di produrre quelle modifiche di adattabilità necessarie a garantire la sopravvivenza della specie di riferimento. Biologia ed ecologia assumono, quindi, un fortissimo legame interdisciplinare. Meccanismi evolutivi e fenomeni ecologici divengono strettamente interdipendenti. L’Uomo appartiene al regno animale, alla classe dei mammiferi, all’ordine dei primati, alla famiglia degli ominidi, al genere homo, alla specie homo sapiens, quindi non può sfuggire alle grandi leggi dell’ evoluzione sottostanti alla bioecologia.
Tutti gli organismi, compresi gli esseri umani, procedono su due binari: uno appartiene all’esistenza individuale, l’altro all’evoluzione della propria specie. Le informazioni contenute nel genoma restano immutabili nella vita dell’individuo, ma nel tempo, quindi nelle discendenze, questo messaggio muterà e detterà nuove istruzioni per l’adattamento della specie alle condizioni ecoambientali circostanti. Nessun animale ha la coscienza di ciò tranne l’uomo che grazie alla sua evoluzione culturale ne ha preso conoscenza anche se solo recentemente. I processi di adattamento solo lunghi e lenti giacché le trasformazioni ambientali sono anche esse lunghe e lente fatti salvi eventi catastrofici imprevedibili come quello che si verificò ai tempi dei dinosauri determinandone l’estinzione. Forse un enorme meteorite o una inimagginabile eruzione vulcanica produssero una repentina trasformazione delle condizioni ambientali che non consentì più gli adattamenti evolutivi a moltissime specie. Purtroppo l’animale uomo, grazie a proteine che nel corso dell’evoluzione, a differenza degli altri animali, gli hanno consentito di elaborare il concetto di futuro, ha costantemente applicato tutte le strategie possibili per migliorare la qualità della vita per se e per i suoi discendenti. Predatore insaziabile di energia al servizio del suo egoismo, ha inseguito progressivamente ed indiscriminatamente, dall’avvento dell’industrializzazione, la rincorsa e la conquista del proprio benessere, creando una industrializzazione esasperata per la produzione di tutto e di più, pur non equamente distribuita ( ma questo è un altro discorso ), conseguendone una emissione di gas serra nell'atmosfera che sta determinando le mutazioni del clima a ritmi così veloci verso i punti di non ritorno che non permetteranno alle grandi leggi della ecobiologia di uniformarsi a questi tempi. Si profila un’altra grande estinzione come quella dei dinosauri? 

Da autorevoli fonti:

“La destabilizzazione climatica iniziatasi con la nascita dell’industrializzazione, ha avuto una forte impennata solo di recente. Il biossido di carbonio nell’atmosfera intorno alla metà del 19° secolo era di circa 280 parti per milione mentre soltanto 100 anni dopo era cresciuto a 360 parti per milione.
Dal 1950 al 1999 solo 11 paesi hanno emesso 530,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica così imputabili: gli U.S.A. con 186,1 miliardi, l’ Unione Europea con 127,8 , la RUSSIA con 68,4, la Cina con 57,6, l’ Ucraina con 21,7, l’ India con 15,5, il Canada con 14,9, la Polonia con 14,4, il Sud Africa con 8,5, il Messico con 7,8 e l’Australia con 7,6.
Aumentando il biossido di carbonio nell’atmosfera, le molecole intrappolano più calore favorendo l’innalzamento della temperatura globale. Insieme agli altri gas serra, come il metano (circa il 10% del foraggio dato agli animali allevati industrialmente finisce nell’atmosfera sotto forma di metano) e l’azoto, questo cocktail gassoso diventa catastrofico. Il primo effetto di questa miscela e delle sue conseguenze è rappresentato dalla conseguente inevitabile instabilità climatica. In un rapporto del 1994, l’ IPCC ( Intergovernmental Panel on Climate Change ) rilevava che le emissioni prodotte dalla combustione di carbone e petrolio avevano intrappolato una eccessiva quantità di calore solare e che le preoccupanti alterazioni riscontrate riguardavano l’ aumento in molte parti del globo dell’incidenza di alte temperature, di siccità estreme e di alluvioni catastrofiche con conseguenti irreversibili modificazioni di interi ecosistemi con insorgenza di epidemie e potenziali pandemie.
L’ IPCC con il rapporto Climate Change 2001 frutto di due anni di lavoro di oltre 1000 scienziati, afferma che le temperature del pianeta continueranno a salire di almeno 5,8 gradi entro la fine di questo secolo. Questo valore è comunque superiore di oltre il 100% a quello previsto nello stesso rapporto presentato dal gruppo di scienziati datato 1985 con conseguente conclusione che l’accelerazione è risultata imprevista nelle proiezioni di 15 anni prima. E se questi 5,8 gradi dovessero subire la stessa imprevedibile accelerazione rispetto alla previsione? Già questo valore causerà impatti disastrosi sugli ecosistemi: alluvioni, frane, cicloni, con le conseguenti inevitabili catastrofi, carenze idriche , aumento e sviluppo di nuove malattie, insomma sconvolgimenti con visioni apocalittiche conseguendone danni per miliardi e miliardi di dollari. Il Global Commons Institute ha valutato che i danni in conseguenza del mutamento climatico potrebbero assommare a 200 miliardi di dollari entro il 2005 e 400 miliardi entro il 2012 ma nel 2051 potrebbero superare i 20.000 miliardi di dollari.
Le prime aree colpite dai disastri climatici saranno le zone costiere causa l’innalzamento del livello dei mari: intere città con le loro popolazioni, piccoli stati insulari, potrebbero essere devastati da uragani e violente tempeste oltre che dall’aumentato livello del mare. Una delle condizioni per cui si generano i cicloni tropicali è la temperatura della superficie marina di 26 o 27 gradi. Il riscaldamento globale inevitabilmente innalza la temperatura del mare conseguendosi la formazione di uragani devastanti. I cicloni rappresentano uno dei disastri umani più distruttivi con cui l’uomo dovrà sempre più confrontarsi. I cicloni mentre una volta erano classificati come eventi rari, oggi sono sempre più annoverati tra le crisi ecologiche provocate dall’uomo e scatenate dalla combinazione tra mutamento climatico, industrializzazione e deforestazione. Grazie a questi agenti, la velocità media del vento dei cicloni è passata da una media di 73 km. orari che si registrava fino alla metà del secolo scorso a quella di 260 km. orari di oggi e più la temperatura del mare si alzerà più la frequenza dei cicloni si incrementerà.
Si riportano solo alcune delle centinaia di calamità che sono accadute negli anni tra il 1995 ed il 1999 connesse al cambiamento climatico: nel 1995, un’inondazione nel Bangladesh colpisce quasi 10 milioni di persone con oltre 70 morti. Sempre nel 1995 , l’isola di St Thomas nei Caraibi è devastata dagli uragani. In Europa, contemporaneamente, i Paesi Bassi e la Francia vengono colpiti da alluvioni mai ricordati a memoria d’uomo. Ancora nel 1995 nella Spagna meridionale, a Cadige, si registra la più forte siccità mentre in Russia si toccano i 34 gradi inaspettabili ed in India settentrionale la temperatura torrida raggiunge i 45 gradi uccidendo 300 persone. A Chicago muoiono per il caldo più di 500 persone. La Gran Bretagna registra l’ estate più calda dagli ultimi 350 anni e la stagione più secca dal 1721. Il nordest del Brasile soffre per la peggiore siccità del secolo e nel giugno in Canada gli incendi bruciano intere foreste propagandosi per quasi 100.000 ettari al giorno. Anche in Mongolia bruciano 280.000 ettari di foreste e di pascoli.
Nel 1996 in India muoiono 2000 persone nell’ Andhra Pradesh a causa del più intenso ciclone del secolo. Sempre nel 1996 in Angola muoiono 600 persone per i tifoni mentre nel Nord Corea 5 milioni di persone perdono tutto per alluvioni inaspettate. In Oklahoma e nel Kansas la peggiore siccità del secolo distrugge milioni di ettari di frumento facendo scendere le riserve di grano degli Stati Uniti al livello più basso degli ultimi 50 anni. Sempre per siccità si registrano crisi alimentari ed idriche In India nel Gujarat, nel Rajasthan, nel Madhya Pradesh, nell’ Orissa e nel Chattisgarh.
Nel 1997 per piogge torrenziali, nelle Filippine, muoiono 30 persone e 120.000 restano senza casa. Sempre nel 1997 una successione di gelate e tempeste provoca 25 milioni di dollari di danni nel Pacifico nord occidentale. In Bolivia un alluvione cancella 100.000 fattorie. Il fiume Ohio supera di 12 metri il livello idrografico trascinando 57 persone verso la morte e migliaia debbono abbandonare le loro case lungo il suo bacino cioè nell’ Indiana, nel Kentucky, in Ohio e West Virginia. Nel Manitoba canadese, nel North e South Dakota e in parte del Minnesota, l’inondazione del Red River fa contare oltre 2 miliardi di dollari per danni. Ancora nel 1997, le temperature invernali a Rio de Janeiro arrivano a toccare i 42 gradi.
Nel 1998, a gennaio, in Perù cadono 13 litri di pioggia per metro quadrato in 14 ore, distruggendo oltre 800 chilometri di strade e facendo crollare 60 ponti. Il mese dopo, in Ecuador, 3084 persone si ammalano di colera mentre per gli allagamenti e le frane muoiono 108 persone e 28.000 perdono la casa. Sempre nello stesso anno, i fiumi Juba e Shabeele straripano uccidendo nel Corno d’ Africa oltre 2000 persone e milioni di capi di bestiame. Ancora nel 1998 si abbatte una micidiale tormenta di neve sugli altipiani occidentali della Cina: oltre 60.000 pastori della provincia di Qinghai e del Tibet perdono 750.000 capi di bestiame, quasi tutte le risorse alimentari e 48 di loro anche la vita. La nevicata fu inaspettatamente più intensa della media di almeno 4 volte con temperature scese fino a 49 gradi sotto zero. Nello stesso mese, nel Laos, molte risaie sono devastate dalle inondazioni procurando una crisi alimentare per oltre 10 milioni di Laotiani che rimasero a rischio di morte per denutrizione. Nello Yemen, nel giugno dello stesso anno, 330 persone perdono la vita per la peggiore alluvione degli ultimi 40 anni. L’ inondazione, poi, divenuta acqua stagnante, fa scoppiare un’epidemia di malaria provocando altri 30 morti e 168.000 infettati.
In Messico, più di 13.000 incendi devastano intere aree lasciando morti e devastazione facendo scattare l’allarme ambientale a Città del Messico e quando la nuvola di fumo si sposta sul golfo , il Texas entra in stato di allarme sanitario. In Indonesia e Malaysia il fumo degli incendi provoca situazioni di emergenza con chiusura degli aeroporti e delle scuole mentre due navi entrano in collisione, sempre per il fumo, nello stretto di Malacca conseguendone 29 morti che si assommano ai 234 di un incidente aereo provocato dal fumo di incendi forestali. Altre centinaia di morti si contano per incidenti stradali causati dalla scarsa visibilità.
Nel 1999 un micidiale ciclone devasta l’ Est dello stato di Orissa nell’ India orientale: danneggia circa due milioni di case e 730.000 ettari di risaie in dodici distretti costieri. L’80% delle palme da cocco vengono sradicate o danneggiate irrimediabilmente e tutte le piantagioni di papaie e di banane sono cancellate. Muoiono più di 300.000 capi di bestiame, più di 1.500 pescatori perdono tutto e più di 15.000 stagni vengono contaminati dalla salsedine. I decessi delle persone, pur non essendoci stime ufficiali, vengono descritti in circa 20.000 unità.
Gli anni 2000, 2001 e 2002 e 2003 non sono esenti: purtroppo si registra una costante crescita dei drammatici eventi ascrivibili alle mutazioni climatiche: cicloni, uragani, siccità e vastissimi incendi, nevicate intense e temperature polari distribuiscono distruzione e morte in tutto il pianeta, fino ad arrivare ai circa 35.000 morti in Europa per il caldo estivo nell’estate del 2003. La Francia e l’ Italia pagano un altissimo tributo di vite umane, prevalentemente anziani. 
Il mutamento climatico, quale conseguenza dei gas serra prodotti dall’inquinamento dell’”homo sapiens tecnologicus”, oltre ad accrescere il numero delle alluvioni e dei cicloni, e produrre siccità e forti calure, attacca anche le calotte polari ed i ghiacciai, riducendoli inesorabilmente. La copertura di neve nell’emisfero settentrionale si è ridotta di oltre il 10% nel corso dell’ultimo triennio. 
A causa dei cambiamenti climatici, la temperatura del globo è aumentata di circa 1 grado rispetto ad un secolo fa. E sempre nell’ultimo secolo i dodici anni più caldi si rilevano tutti dopo il 1983 ed i 4 più caldi in assoluto negli ultimi 10 anni. Dal 1980 la temperatura media in Alaska e Siberia è salita di ben 4 gradi. Le calotte glaciali si formano più tardi e si frammentano anzitempo, riducendosi inesorabilmente. Durante l’ultimo quarantennio si è verificato un decremento del 40% dello spessore del ghiaccio marino perenne dell’ Artico. Le temperature in aumento stanno sciogliendo anche i ghiacciai montani e continentali. Tra il 1961 e il 1997 i ghiacciai montani si sono ridotti di 400 chilometri cubi. Il caldo prodotto dall’ effetto serra è responsabile di 8000 joule per quanto riguarda la fusione del ghiaccio antartico e groenlandese e di 1100 joule per lo scioglimento dei ghiacciai montani.
I ghiacciai si stanno esaurendo nelle Alpi, in Alaska e nello stato di Washington, mentre il Kilimangiaro, la montagna più alta dell’ Africa, ha perduto oltre il 75% della sua calotta glaciale. Solo due dei sei ghiacciai venezuelani sono ancora visibili mentre si prevede che i ghiacciai del Glacier National Park del Montana saranno irrimediabilmente sciolti entro il 2070. Il ghiacciaio del Gangotri che alimenta il fiume Gange, arretra di 5 metri all’anno. Solo lo scioglimento dei ghiacciai al di fuori della regione polare farà alzare il livello dei mari anche di 5 centimetri.

L’ Intergovernmental Panel on Climate Change prevede un aumento medio della temperatura globale tra i 1,5 e 6 gradi entro il 2100. La catastrofe globale appare inevitabile.
L’ Aosis chiede che entro il 2005 i livelli di emissioni di biossido di carbonio vengano ridotti del 20% rispetto al 1990. Germania e Gran Bretagna propongono una riduzione del 10% entro il 2005 e del 15% entro il 2020. Gli scienziati olandesi la indicano tra il 60 ed il 70%. "

Ancora da autorevoli fonti:

“Alla fine del 2003, uno degli anni più caldi a memoria d’uomo, l’Istituto oceanografico Woods Hole ha pubblicato una ricerca in cui segnalava che la salinità dei mari polari stava diminuendo, mentre era in aumento quella delle acque tropicali e si stavano registrando cambiamenti radicali delle correnti oceaniche che regolano la stabilità del clima mondiale, mentre effetti metereologici particolarmente insoliti e violenti si manifestavano un po’ dappertutto. 
Questi scienziati considerano il cambiamento in atto della circolazione della Corrente del Golfo nel Nord Atlantico il più grande e preoccupante mutamento oceanico mai misurato da quando si dispone di strumenti idonei per la rilevazione. La scomparsa della Corrente del Golfo si trasformerebbe nella maggiore catastrofe mai registrata nella storia: non risparmierebbe anima viva sull’intera superficie terrestre; tutti ne rimarrebbero coinvolti e non esisterebbero zone sicure. L’area interessata sarebbe amplissima ed i danni persisterebbero sino alla ricomparsa della Corrente. Potremmo rimanere in questa morsa climatica per migliaia di anni con una quasi totalità di riduzione per la Terra di ospitare la vita.
I repentini cambiamenti fanno parte del normale andamento climatico terrestre: se ne sono verificati moltissimi nel corso della storia e negli ultimi tre milioni di anni hanno seguito cicli regolari. L’emersione dell’istmo di terra centroamericana, 2,8 milioni di anni fa, modificò la struttura fondamentale delle correnti oceaniche e questo, unito a variazioni delle emissioni di energia solare e a leggeri cambiamenti nell’orbita terrestre, ha portato da allora ad avere un clima molto meno stabile.
Si sono conseguite numerose ere glaciali, ciascuna della durata di centomila anni circa, intervallate da periodi interglaciali di diecimila o quindicimila anni e tutta la storia umana si è sviluppata nell’ultimo terzo del periodo interglaciale più recente.
La prossima era glaciale avrà inizio quando le correnti oceaniche cesseranno di portare acqua calda nelle regioni polari e la neve non riuscirà a sciogliersi per varie estati consecutive. Questo provocherà l’aumento della riflessione superficiale del pianeta al punto da consentire la formazione di ghiacciai di vastissime estensioni. Prima di quel momento vi sarà un picco di calore, seguito da un violento cambiamento nelle condizioni metereologiche. Questo innalzamento della temperatura si era quasi verificato nell’estate del 2003, quando le temperature in Europa raggiunsero livelli senza precedenti e persino nell’Artico il termometro salì molto al di sopra della norma. Abbiamo sfiorato come conseguenza del forte innalzamento della temperatura dei mari la conseguente formazione di un evento ciclonico apocalittico che avrebbe innescato quel processo di cambiamento climatico con conseguenze inimmaginabili sulla sopravvivenza delle specie viventi nel nostro pianeta. Certamente non vi sarebbe alcun continente, né città, villaggio o persona che potrebbe restarne indenne e l’aspetto peggiore è che il cambiamento potrebbe verificarsi in ogni momento.
L’uomo non ha la possibilità di intervenire sui cicli che alternano le ere glaciali a quelle interglaciali, ma un’accurata pianificazione regolata da una Carta Costituzionale Mondiale a tutela della Democrazia Ecologica può minimizzare l’impatto dei mutamenti climatici sulla civiltà e possibilmente rinviare o attenuare la violenza degli sconvolgimenti. 
Purtroppo però i governi dei vari paesi non sono riusciti a trovare un accordo su una politica planetaria comune per far fronte ai cambiamenti climatici. Se i capi di governo si impegnassero a ratificare il Protocollo di Kyoto seguendo l’esempio del Canada, potremmo ottenere una riduzione delle emissioni di CO2, specialmente nei paesi industrializzati, dove è più facile controllare i livelli di inquinamento. 
La sfida riguarda tutti, industrie, governi ed i singoli utilizzatori di energia: se questa decisione venisse adottata anche solo da un 20% dei cittadini europei, degli Stati Uniti, del Canada, del Giappone ed ora anche della Cina, recentissimo megautilizzatore di energia, i livelli mondiali di emissione di CO2 scenderebbero al punto tale che il fattore umano avrebbe un impatto minimo sul riscaldamento globale ritardando notevolmente lo sconvolgimento finale.
Al contrario, invece, c’è una mancanza di impegno a livello dei capi di stato, a cominciare dagli Stati Uniti, che hanno adottato una posizione di indifferenza pericolosa ed aggressiva nei confronti dei cambiamenti climatici, proprio quando miliardi di vite umane sono minacciate. Coloro che deliberatamente ignorano il pericolo saranno non solo i responsabili della più grande catastrofe che potrà verificarsi da un momento all’altro, ma anche della fine della civiltà moderna, la migliore, la più libera e forse la più evoluta che l’umanità abbia mai conosciuto.”

26 dicembre 2004: un terremoto ed un maremoto apocalittico interessano il Sud Est Asiatico spazzando la vita nei territori colpiti. Le dimensioni dell’evento sono tali che l’isola di Sumatra risulta spostata di oltre 30 metri e si producono variazioni addirittura nell’asse terrestre. Che ci sia un collegamento tra l’evento e le variazioni climatiche in atto? E’ presto per dirlo ma non è presto per pensarlo!

Finalmente qualcosa si muove. Coscienza e conoscenza stanno timidamente crescendo.

L’anno 2005, con le sue catastrofi e le migliaia di morti, conferma l’incalzare drammatico delle variazioni climatiche che esponenzialmente stanno condizionando la nostra esistenza e quella del Pianeta. Il 2005 ha raggiunto il triste record per il numero di tempeste tropicali, tra cui Katrina che ha quasi cancellato New Orleans e di piogge, prevalentemente in tutta Europa. Il grido d’allarme dei climatologi diviene sempre più pressante e l’attenzione degli scienziati sempre più concentrata su questo tema.
Nasce una nuova disciplina: la geoingegneria ovvero l’ingegneria della Terra e del clima. Obiettivo di questa disciplina è quello di produrre soluzioni, alcune dal sapore fantascientifico, finalizzate a rallentare quanto più velocemente il surriscaldamento della Terra, per avere il tempo di sostituire le fonti inquinanti con tecnologie pulite, quali aperture che già s'intravedono oggi con alcune compagnie aeree brasiliane che hanno sostituito il kerosene con l’etanolo, ottenendo voli puliti. Oltre alle scarse volontà di convertire le tecnologie inquinanti, ci sono i tempi per attuare le conversioni che non sono certamente poca cosa. 
Per abbassare le temperature, si potrebbe costruire un immenso ombrellone spaziale formato di palloni riflettenti che volano nella stratosfera o una griglia metallica riflettente, come sostiene il fisico Lowell Wood, da collocare in una opportuna orbita, in modo da diminuire il calore dei raggi solari e la luce che riceviamo, ottenendo così lo stesso effetto che determinano le nubi quando il cielo è coperto.
Oppure costruire nubi: le nubi, infatti, aumentano l’albedo, vale a dire la quantità di luce che la Terra riflette nello spazio. Il progetto di Stephen Salter, geoingegnere presso l’Università d' Edimburgo, è quello di costruire piattaforme galleggianti che userebbero l’energia eolica per attivare turbine per polverizzare l’acqua marina che condensandosi con l’umidità favorirebbe la formazione di nubi che a loro volta rifletterebbero i raggi solari diminuendo le temperature medie del pianeta. Quali potrebbero essere, però, le conseguenze di questo progetto sulle alterazioni climatiche di molte aree della Terra? Alcuni simulatori sono già operativi per studiare tutti gli effetti correlati a tali progetti.
Altri progetti mirano a catturare il pericolo primo per il clima: il CO2 ovvero l’anidride carbonica. 
L’oceanografo John Martin osservò che il ferro stimolava la crescita d’alghe microscopiche che con il loro metabolismo assorbivano CO2 per cui il progetto di fertilizzare i mari con ferro potrebbe determinare un forte assorbimento dell’anidride carbonica da parte di queste alghe. Secondo le stime scientifiche risulta che un solo kg. di ferro porterebbe all’assorbimento di 100.000 kg. di CO2. Un massiccio intervento in questa direzione potrebbe, però, far prevalere alcuni organismi a danno di altri, sconvolgendo l’ecosistema.
Come si vede, l’equilibrio è tale perché si è formato in milioni d’anni e soluzioni drastiche devono essere studiate ed approfondite proprio per non turbare questi equilibri ed evitare il generare di altri effetti negativi.
Piantare alberi va benissimo per alcune zone, ma non a livello globale. Se poi consideriamo che un albero che va a fuoco immette nell’atmosfera la quantità d’anidride carbonica che ha assorbito durante tutta la sua vita, c’accorgiamo di quanto sia palliativa questa soluzione. 
Klaus Lackner, fisico al Centro d’Ingegneria della Terra della Columbia Univerity propone di prelevare direttamente la CO2 dall’aria con filtri percorsi da idrossidi di sodio o calcio che catturano il gas. Un filtro grande quanto un televisore potrebbe intrappolare, in un anno, circa 25 tonnellate di gas. Per intrappolare i 30 miliardi di tonnellate di CO2 prodotti dall’uomo nello stesso anno, quanti filtri si dovrebbero realizzare? E’ un’impresa ciclopica.
Roberto Bencini, geologo ed advisor dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia spiega che è più facile intrappolare la CO2 nel sottosuolo, come già avviene per alcuni impianti d’estrazione di gas naturale e per alcune centrali termoelettriche ove l’anidride carbonica in eccesso viene prelevata, compressa ed iniettata in una falda acquifera profonda. Un altro impianto in Canada, ogni giorno inietta 5.000 tonnellate di CO2 in un giacimento petrolifero a circa 1,6 km. di profondità con il duplice vantaggio d' agevolare l’estrazione del petrolio. Gli studi hanno dimostrato che in questi depositi l’anidride carbonica s' autosigilla, reagisce con i silicati e si trasforma in minerali cementando la porosità delle rocce. Si stima che il 99,999% della CO2 rimarrà intrappolata nel sito per almeno 5.000 anni.
La CO2 potrebbe anche essere immagazzinata in fondo agli oceani ove resterebbe ingabbiata dalla pressione. 
Progetti estremi, a prima vista fantascientifici, ma che testimoniano la grande corsa in atto per riparare i danni che la componente antropica ha e sta producendo sugli equilibri del pianeta, danni che già molti scienziati considerano irreversibili, preconizzando il peggio, finanche l’estinzione di gran parte delle forme viventi in tempi rapidissimi.
Prima che queste tecnologie s’affermino è necessario che il protocollo di Kyoto fissi nuovi e severi limiti alle emissioni di gas serra giacché i valori a suo tempo previsti non sono più sufficienti a contrastare gli effetti sul clima e soprattutto che ogni Nazione aderisca a questo protocollo, in particolar modo gli Usa e la Cina che sta attraversando una stagione d’enorme e rapidissimo sviluppo con conseguenze devastanti per l’inquinamento. 
Ormai il riscaldamento globale è sotto i nostri occhi e non c’è giorno che i massmedia non ne parlino e, finalmente, una gran parte del mondo scientifico prende in seria considerazione i fenomeni che con una progressione crescente, negli ultimi 30 anni, stanno caratterizzando il clima e gli effetti devastanti che esso produce. Era ora che prendesse forma quell’accelerazione culturale e quella coscienza che dovranno costituirsi a fondamento di un radicale cambiamento a cui l’uomo deve sottostare, pena la sua possibile estinzione. 

Anche il 2006 annovera una triste, lunga e monotona serie di disastri ambientali correlati agli sconvolgimenti climatici che sono passati attraverso i media quasi quotidianamente, finalmente facendo ulteriormente crescere il livello d’attenzione delle popolazioni tutte verso i cataclismi metereologici.
Adesso sono gli scienziati ad alzare la voce, addirittura tre dei più autorevoli gruppi di ricerca hanno anticipato al 2015 la data entro la quale, senza un radicale cambiamento delle politiche delle emissioni di gas, andremo incontro a cambiamenti radicali irreversibili e drammatici pur contrastati da una parte del pensiero scientifico meno catastrofico che pone al centro delle fenomenologia la ciclicità delle ere climatiche. Ma tutti riconoscono l’importanza di cambiare i comportamenti per interrompere un processo che riconosce all’intervento antropico una delle cause più determinanti dei cambiamenti in atto.
Anno 2006. 
B15A è il più grande iceberg che si sia mai staccato dalla banchisa antartica. E’ lungo 160 km. Ed è alla deriva. In Colorado un’ondata di gelo che non si ricorda a memoria d’uomo ha messo a rischio la sopravvivenza di molte specie. Anche le aree mediterranee, come nel sud Italia, sono state raggiunte da nevicate senza precedenti. Nello Yutan un fiume in piena cancella un intero paese. La Scozia è colpita da venti che soffiano ad oltre 200 km orari. La Cina è stata ripetutamente scossa da fenomeni di una violenza inaudita. E queste sono solo alcune citazioni di un lungo elenco di tutti i cataclismi che hanno caratterizzato l’anno 2006. 
I ghiacciai di tutto il globo si stanno sciogliendo a ritmi che i dati previsti negli scorsi anni sono stati superati ampiamente.
Di fronte a queste evidenze, ricercatori americani, britannici ed australiani, consultati dall’ONU avvertono che se la temperatura media terrestre continuerà a crescere anche di 1 solo grado, nell’arco di 10 anni il pianeta potrebbe raggiungere il punto di irreversibilità con conseguenze planetarie sull’ecosistema.
Il dato incontestabile su cui sono d’accordo la maggior parte degli studiosi del mondo è che la temperatura della Terra si sia alzata, negli ultimi decenni, in stretto rapporto con l’aumento dell’attività umana. Questo aumento della temperatura media non è uguale su tutte le aree del pianeta assumendo valori diversi tra cui una forte variazione nelle aree Artiche ove le temperature stanno determinando un processo di disgelo che ha già fatto crescere il livello degli oceani di oltre 10 cm. E’ una recentissima notizia (dicembre 2006), trasmessa dai mass media, di isole che sono già sparite dalle carte geografiche. Nel Pacifico il fenomeno del El Niño, il riscaldamento superficiale delle acque orientali ed equatoriali dell’oceano è divenuto più frequente, persistente ed intenso. Si prevede che il livello medio dei mari aumenterà di 50 cm. entro il 2050. 
Nelle aree temperate, come il Mediterraneo, l’alternarsi delle stagioni si sta trasformando dandoci inverni meno freddi e più umidi, come questo inverno 2006/2007, ed estati più afose con picchi torridi che si protraggono anche per più settimane producendo migrazioni verso nord di molte specie viventi ed alterazioni profonde degli ecosistemi. 
Gli ambientalisti richiamano tutti i governi del mondo a frenare le emissioni di gas serra rivolgendosi in particolar modo a Stati Uniti, India e Cina: queste ultime stanno registrando una forte accelerazione di sviluppo industriale immettendo nell’atmosfera una quantità di gas serra che solo nel 2006 ha azzerato la diminuzione di emissioni raggiunte dai Paesi aderenti al trattato di Kioto negli ultimi 15 anni. Per non parlare del buco nell’ozono che nel 2006 ha raggiunto la massima estensione mai registrata. Ormai è impensabile sfuggire ad una regolamentazione planetaria.

Anche nel 2007 l’elenco dei disastri e delle catastrofi ambientali si allunga quasi fosse ormai una normalità. Ci conviviamo passivi e silenziosi ognuno nella speranza di rimanerne fuori. Se dovessimo fare il bollettino delle sciagure che anche questo anno hanno colpito la nostra Terra rischieremmo d'essere ripetitivi con l’unica eccezione di descrivere nuove drammatiche scenografie.
Cresce, però, la coscienza e la conoscenza delle problematiche e dei rischi connessi alle instabilità climatiche nell’opinione pubblica e nei poteri forti a tutti i livelli, anche se per questi ultimi, ci viene da pensare, che le motivazioni siano da ricercare nella Shock Economy ovvero nel capitalismo dei disastri.
Nel novembre 2007 riportiamo l’ultimatum da un rapporto ONU 
“O cambiamo subito o ci sarà un disastro ambientale per l’effetto serra!”
Per Ban Ki-moon, segretario dell’ONU, unitamente ai più autorevoli scienziati del settore, dopo aver effettuato un’attenta esplorazione della foresta pluviale e dell’Antartide ha dichiarato che le conseguenze in atto per il surriscaldamento climatico sono già “un film dell’orrore”.
In Spagna, a Valencia, dov’è riunita l’organizzazione ONU, o meglio il Comitato Intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc) che in questo anno ha vinto il premio Nobel per la pace congiuntamente all'ex vice presidente americano Al Gore per il suo impegno e per la sua azione di sensibilizzazione sui rischi dei mutamenti climatici, avverte e scrive che non c’è più tempo. 
L'Ipcc è il comitato scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, la World Metereological Organization (Wmo) e L'united Nations Environment Programme (Unep) allo scopo di studiare il riscaldamento globale. I rapporti periodici diffusi dall'Ipcc sono alla base di accordi mondiali quali la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e il protocollo di Kyoto che le attua. 
Le cifre sono quelle note anche nel 4° rapporto: il livello dei mari è cresciuto negli ultimi 100 anni di 1 metro e mezzo e continua a crescere.
Le ulteriori conseguenze a cui andremo incontro per il progressivo scioglimento dei ghiacciai riguarderanno le grandi città, prevalentemente asiatiche, che saranno irrimediabilmente sommerse con conseguenze forse inimmaginabili, mentre in Africa, entro il 2020, oltre 250 milioni di persone rimarranno senz’acqua. 
Un terzo delle specie di piante ed animali sarà a rischio di sparizione in tutto il mondo.
Ovunque nella terra s'intensificheranno eventi estremi e catastrofi che modificheranno la vita sul globo.
Questo rapporto arriva a pochi giorni dalla conferenza di Bali che rivedrà il Protocollo di Kyoto, ormai superato dal precipitare degli eventi.
Per gli scienziati ONU non c’è più spazio per discussioni e dubbi. Si deve agire immediatamente e drasticamente. Entro il 2015 ( e mancano soltanto 8 anni) bisogna bloccare la crescita delle emissioni nocive, poi, ridurle rapidamente pena conseguenze che già oggi possono innescarsi improvvise ed irreversibili.
In questa preconizzata drammatica visione, si registra, fortunatamente, una progressiva coscienza della necessità di produrre cambiamenti. Anche la Cina e L’India che sono in una fase di crescita irrefrenabile appaiono più sensibili al controllo degli effetti inquinanti mentre negli USA, Al Gore, con la sua opera di sensibilizzazione, ha lacerato l’indifferenza del mondo economico e produttivo che ha immediatamente risposto fattivamente anche se il business intravisto con le aperture di nuovi mercati per prodotti che rispettano l’ambiente e la conseguente rottamazione degli inquinanti, rappresenta la strategia più opportuna per produrre il cambiamento che, tra le righe, potrebbe anche arricchire maggiormente chi è già ricco e potente. Anche se la ricchezza non ricadrà a pioggia sulla nostra terra, almeno sia salva la speranza che le generazioni future potranno sopravvivere godendo dei frutti e delle bellezze della terra, come è avvenuto per i nostri predecessori per migliaia e migliaia di anni.

Bali, ottimismo con moderazione.

La conferenza di Bali che ha riunito i rappresentanti di tutto il mondo, convocata per rivedere ed aggiornare i limiti delle emissioni di gas serra alle nuove drammatiche realtà, ha prodotto un topolino dopo aver rischiato più volte d’abortire. 
Dopo 13 giorni di trattative serrate, la "roadmap" di Bali è stata approvata per consenso dai delegati dei 190 Paesi presenti. Gli Stati Uniti, finalmente, pur confermando la loro contrarietà alla fissazione di vincoli obbligatori sulle emissioni di gas serra, hanno ratificato l’intesa, ormai unanime, a realizzare un nuovo accordo.
L'intesa prevede un percorso per negoziare il nuovo accordo sui mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto. Il 'Kyoto 2', che sarà negoziato nei prossimi due anni, sarà firmato a Copenaghen nel 2009. Il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.
Il patto che uscirà dai nuovi negoziati dovrebbe essere vincolante per tutti i Paesi a partire dal 2013.
Una doverosa citazione per l’Australia, meglio tardi che mai, che in questa conferenza di Bali ha ratificato il Protocollo di Kyoto.
Una ulteriore doverosa citazione: l'Italia, le cui emissioni la pongono molto al di sopra dei limiti previsti dal Protocollo,  risulta in ultima fila nella lotta ai cambiamenti climatici.

2008, anno del "20-20-20"

Via libera dal collegio dei commissari della Commissione europea al piano dell'Unione per contrastare i cambiamenti climatici. Si tratta di un pacchetto di proposte legislative sulle quali il consiglio Ue aveva gia trovato l'intesa nel marzo dello scorso anno, fissando gli obiettivi sintetizzati con la sigla "20-20-20". Ovvero il raggiungimento del 20 per cento della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20 per cento dell'efficienza e un taglio del 20 per cento nelle emissioni di anidride carbonica. Traguardi da raggiungere tutti entro la data del 2020. Per quanto riguarda l'Italia, dovrà tagliare il 13% di emissioni di C02 nei settori non inclusi nel sistema di scambio di emissioni (Ets) e dovrà aumentare del 17% i consumi energetici da fonti rinnovabili entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Ora i commissari hanno definito meglio quegli obiettivi, articolandoli in cinque differenti normative alle quali verrà aggiunto un documento sugli aiuti di Stato. Oltre che al vaglio del Parlamento europeo, il documento dovrà passare l'esame degli Stati membri. Bruxelles spera di approvare le misure entro il 2008, ma il Commissario Barroso ha già detto di aspettarsi "negoziati difficili". Un'anticipazione della durezza dello scontro che si consumerà in sede europea è stato possibile osservarlo recentemente in occasione della discussione della normativa per la riduzione delle emissioni di CO2 da imporre alle case automobilistiche nella produzione di nuove vetture. Il pacchetto per la lotta ai cambiamenti climatici dell'Unione, oltre agli obiettivi del 20-20-20 prevede anche un aumento della quota di utilizzo di biocarburanti, 10 x cento, nel settore dei trasporti.

Ancora nel 2008  si analizzano i rapporti scaturiti dai tre 'working group' del Giec, (Il Giec riunisce i migliori ricercatori mondiali ed è un gruppo intergovernativo di esperti sull'evoluzione del clima, nato nel 1988 su iniziativa dell'Organizzazione meteorologica mondiale e del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente ed è stato in particolare all'origine del Protocollo di Kyoto );  l'assise degli esperti mondiali sui cambiamenti climatici sancisce che la catastrofe climatica è ormai alle porte e minaccia da vicino la nostra sopravvivenza. Il nuovo rapporto del Giec afferma che l'effetto serra esiste e che si sta accelerando. Negli ultimi 10 anni, sia le concentrazioni di CO2 nell'atmosfera sia le temperature sono aumentate molto più rapidamente che nel passato. Secondo i dati che circolavano prima dell’ultima riunione (novembre 2007), per il 2100 gli esperti preconizzavano un raddoppio delle concentrazioni di CO2 (a 550 parti per milione) rispetto all'era preindustriale e nello stesso lasso di tempo, le temperature potrebbero crescere da 2 a 4.5 gradi. Un balzo enorme se si considera che rispetto all'ultima era glaciale, verificatasi 10.000 anni fa, l'attuale temperatura media è salita di 5 gradi. Purtroppo a questi aumenti nelle emissioni fa riscontro una diminuita capacità di assorbimento di CO2 da parte di vegetazione ed oceani. Mentre 50 anni fa per ogni tonnellata di CO2 emessa questi “serbatoi”  ne assorbivano 600 Kg, oggi solo 550 Kg vengono rimossi dall’atmosfera, con una tendenza in atto ad una ulteriore diminuzione. Gli specialisti dei 113 paesi riuniti a Parigi stimano al 90% la probabilità di una responsabilità umana nel surriscaldamento climatico. La Terra farà fronte ad un riscaldamento catastrofico nel corso di questo e del prossimo secolo. Le simulazioni informatiche del GIEC hanno predetto un riscaldamento planetario di 1° F ogni 10 anni e di 5-6° C (10-11° F) entro il 2100, cosa che causerebbe una catastrofe planetaria avente effetti sulla vita umana, l’habitat naturale, l'energia, le risorse idriche e la produzione di prodotti alimentari. Tutto ciò si fonda sull'ipotesi che il riscaldamento planetario è causato dall'aumento di CO2 nell'atmosfera e che questo aumento accelererà. Il maggiore aumento delle emissioni si è verificato nei Paesi in via di sviluppo, specialmente Cina e India, mentre nei Paesi industrializzati, aderenti al protocollo di Kyoto le emissioni sono aumentate lentamente. La Cina ha superato gli Usa ed è diventata il Paese maggiore emettitore di  CO2 al mondo, mentre l’India supererà presto la Russia.

Catastrofiche le previsioni per il futuro: milioni di persone in Africa soffriranno per la penuria d’acqua entro il 2020; circa un terzo delle specie vegetali ed animali rischierà l’estinzione ed i cambiamenti climatici avranno effetti negativi anche sulla salute di milioni di persone. La conclusione più sorprendente della relazione riguarda il fatto che sono le regioni più povere del mondo che soffriranno maggiormente per gli effetti del riscaldamento del globo. Secondo il rapporto approvato da circa 400 delegati presso il GIEC, rappresentanti di più di 120 nazioni e poi consegnato alle istanze decisionali della politica, i cambiamenti di stile di vita e di comportamento possono contribuire alla riduzione delle emissioni (gas a effetto serra) in tutti i settori. I costi di riduzione sono accessibili e la necessità di agire rapidamente è, secondo il parere degli esperti, non rinviabile. Gli europei auspicano che gli Stati Uniti ed i paesi emergenti (Cina, India, ecc.), che non partecipano al Protocollo di Kyoto, s’impegnino anche loro a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra nel quadro di questo nuovo accordo, cosa che attualmente rifiutano. Bacchettate agli Usa sul Protocollo di Kyoto e un futuro non incoraggiante per fiumi e mari d’Italia e sud Europa. Nonostante l’imminente cambio alla presidenza nella Casa Bianca, gli Stati Uniti non sembravano propensi ad aderire al protocollo di Kyoto. Questo è quanto hanno riportato i due advisors dei due candidati alla Presidenza, Mc Cain e Obama, a Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente italiano in una conferenza dal tema “Agire in tempo sulla politica energetica” svoltasi presso l’Università di Harvard.

Obama, però, dopo la sua elezione, con un messaggio videoregistrato al “Governors’ Global Climate Summit”  convocato dal Governatore Repubblicano Arnold Schwarzenegger a Beverly Hills, California, ha annunciato che gli USA vogliono assumere un ruolo di leadership interna ed internazionale sul problema che, insieme alla dipendenza dal petrolio estero, indebolisce l’economia e mette a rischio la sicurezza. Si comincerà con l’istituzione di un sistema di tetto e commercio delle emissioni di gas serra (il sistema del Protocollo di Kyoto) e obiettivi annuali di riduzione che porteranno gli USA agli stessi livelli del 1990 entro il 2020 e ad un’ulteriore riduzione dell’80% entro il 2050. Verranno investiti 15 miliardi di dollari ogni anno a favore delle energie rinnovabili. E’ chiaro che per Obama la politica sui cambiamenti climatici rappresenta la vera occasione. Staremo a vedere!

Nel frattempo, l’Oceano Artico sta perdendo la calotta glaciale con un anticipo di 30 anni circa rispetto alle previsioni IPCC. Ora si prevede che nel periodo estivo i ghiacci potrebbero sparire del tutto tra il 2013 e il 2040,  un fatto che non si è mai verificato da più di un milione di anni ad oggi. Gli ecosistemi marini nel Mare del Nord e nel Mar Baltico oggi sono esposti alle temperature più miti, mai registrate da quando sono iniziate le misurazioni, con conseguente imprevedibili sull’intero ecosistema, mentre il Mediterraneo subirà periodi di siccità a lungo termine sempre più frequenti.

Compiere il tragitto che da Capo Nord giunge allo stretto di Bering, in occasione del 90° anniversario del Passaggio a Nord-Est, impresa realizzata per primo dall’esploratore norvegese Roald Amundsen. è l'obiettivo che si è posta la spedizione “OLTRE, Beyond The Edge 2008”, che è partita da Milano il  30 novembre 2008, in cui Petter Johannesen, pronipote di Roald Amundsen e capo della spedizione, ripercorrerà le tappe dell'impresa del passaggio a Nord-Est per la prima volta con mezzi meccanici (fuoristrada), da Capo Nord allo stretto di Bering, sfidando le condizioni climatiche estreme dell’inverno siberiano. Il viaggio vero e proprio si concluderà presso lo stretto di Bering a marzo 2009. Alla spedizione partecipano in totale 45 persone fra cui ricercatori, medici, giornalisti, fotografi, operatori video, autisti, meccanici, che si alterneranno ogni 30 giorni circa nelle 12 tappe previste.  La spedizione nasce con spirito d'avventura, ma si pone anche obiettivi legati allo sviluppo delle conoscenze, della ricerca scientifica, dell'acquisizione di dati ambientali, attraverso il confronto tra la realtà dei primi del secolo scorso (quella raccontata dai diari di Amundsen), con quella attuale. La raccolta e la comparazione dei dati scientifici sarà di grande importanza per l’IPCC. 

 

Anche i ghiacciai nelle Alpi svizzere continuano a diminuire, con conseguenti drastiche riduzioni nella produzione di energia idroelettrica. A livello globale, si prevede che l’aumento del livello del mare sarà pari al doppio della previsione massima dell’IPCC, che stimava un aumento di 0,59 metri entro la fine del secolo, con gravi rischi per ampie zone costiere. L’aumento delle temperature ha già comportato una riduzione nei raccolti di grano, mais e orzo in tutto il mondo. Stando agli studi più recenti, nelle isole britanniche e nel Mare del Nord i cicloni estremi aumenteranno in numero ed intensità, portando ad incrementare la velocità del vento e i danni legati alle tempeste sull’Europa occidentale e centrale. Il livello di ozono troposferico, che agisce come inquinante, potrà essere simile a quello registrato durante l’ondata di caldo del 2003, con aumenti maggiori in Inghilterra, Belgio, Germania e Francia. E anche la quantità massima di piogge annue aumenterà nella maggior parte d’Europa, con conseguenti rischi d’inondazioni e danni economici.

E’ ormai chiaro che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte degli scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto IPCC ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2°C, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente. Se l’Unione Europea vorrà essere considerata un leader nel decisivo summit dell’ONU a Copenhagen nel 2009, e se vuole contribuire alla nascita di un forte accordo globale per affrontare il cambiamento climatico dopo il 2012, deve smettere di sottrarsi alle proprie responsabilità e impegnarsi per una reale riduzione delle emissioni.

L’intesa sul pacchetto clima ed energia, pur con richieste di tolleranze ed adattamenti per le condizioni economiche in caduta libera nel mondo, è stato approvato unanimemente dalla Ue .  L'intesa raggiunta il 12.12.2008 dal vertice Ue è un accordo "storico" per Nicolas Sarkozy e motivo di grande ottimismo per Al Gore, entrambi paladini della necessità che l'Europa si facesse carico di trainare il mondo verso una lotta ai cambiamenti climatici più impegnativa ed efficace.

09.07.2009 a L'Aquila - G14    ".....o noi governiamo gli eventi o gli eventi governeranno noi...."!
Questa è l'apertura degli USA al mondo intero che Il Presidente Obama ha pronunciato nel Summit quando si è affrontato il tema degli sconvolgimenti climatici.

I Paesi emergenti hanno dimostrato di voler contribuire alla soluzioni dei problemi, India e Cina prendono tempo pur con timide aperture.
Accordo storico? Previsto entro il 2050 l'abbattimento dell' 80% degli inquinanti.
Entro il 2015 raddoppio degli investimenti per le energie pulite.

Appuntamento a Copenhagen per la svolta?

Per  quanto riguarda l'appuntamento di Copenhagen del 7-18 dicembre 2009, Simone  Jacca ci dice: 

Ambiente, ultima chiamata: Copenaghen, 7-18 dicembre
La Conferenza mondiale sul clima in Danimarca:
gli errori di ieri e di oggi per non sbagliare domani

Qualche mese fa la rivista Intelligent Life, supplemento di The Economist, ha posto un interessante quesito che ha scatenato un curioso dibattito tra scienziati, professori, politici e giornalisti di tutto il mondo. Si trattava di stabilire l’anno più importante della storia: un modo per riflettere su cosa siamo, chi siamo, da dove veniamo e soprattutto dove andremo. Gli esperti consultati dalla rivista naturalmente non hanno raggiunto un accordo. E così sono volate date di tutti i tipi: il 44 a.C., per la morte di Giulio Cesare, il 1492, per la scoperta dell’America, il 1945, per la fine della Seconda guerra mondiale e del nazismo, il 1989, per la fine del comunismo, o l’anno zero, per la nascita di Gesù.
Anni importanti, fondamentali per la storia degli eventi e dell’umanità. Ma alla fine si sono espressi gli autori stessi del sondaggio e hanno concluso provocatoriamente (ma neanche tanto) che l’anno più importante della storia sarà il 2009: «Se a dicembre al summit di Copenaghen sul cambiamento climatico le potenze della Terra non si metteranno d’accordo, avremo sprecato l’ultima chance di salvare il pianeta e, dunque, noi stessi».

Cosa abbiamo fatto
«In un istante storico questo insignificante mammifero umano ha sottomesso le altre specie e sconvolto la natura». Giorgio Ruffolo, nel suo saggio Il capitalismo ha i secoli contati (Einaudi, collana Gli Struzzi, 2008, pp. 295, € 16,00), è quasi romantico nel raccontare questo secolo-Titanic, tanto per citare il celebre disco di Francesco De Gregori, che nel “lontano” 1982 aveva lucidamente paragonato gli scorsi cento anni a una nave folle, forte, suicida.
Una nave guidata da un capitano, l’uomo del Ventesimo secolo, che lì, seduto sul cassero, a fumare la pipa, si gustava le prodezze della sua creatura. E nel frattempo, come ci racconta Ruffolo, consumava in poco tempo e una volta per tutte masse sterminate di combustibili fossili accumulati per miliardi di anni nel grembo della terra, foreste primigenie e oceani di plancton depositati nella forma di carbone e di petrolio. Seppelliva sotto tempeste di sabbia milioni di ettari di terre vergini distruggendone la fertilità e desertificando interi continenti. Asserviva pesci, uccelli e animali terrestri andando ben al di là della prescrizione biblica. Contaminava le falde acquifere introducendo inusitati veleni. Liberava masse enormi di metano dalle deiezioni di gigantesche concentrazioni di allevamenti. Distruggeva buona parte del miliardo e mezzo di ettari di foreste tropicali. Diffondeva nel terreno, nell’acqua e nell’aria dieci milioni di composti chimici inquinanti. Provocava la strage delle altre specie vegetali e animali, determinando una contrazione drammatica della biodiversità, passando, in pochi decenni da un ritmo di estinzione di una specie ogni quattro anni a circa mille estinzioni all’anno.
Tutto in questo secolo, in quest’istante storico, «in questa notte elettrica e veloce, / in questa croce di Novecento, / il futuro è una palla di cannone accesa / e noi lo stiamo quasi raggiungendo» (Francesco De Gregori, I muscoli del capitano, da Titanic, 1982).

A cosa andiamo incontro
Ma, nonostante tutto, c’è qualcosa di peggio, qualcosa di più grave, di più urgente, qualcosa per cui vale la pena riunire tutti i capi di governo del mondo e prendere delle decisioni impellenti e coraggiose: i cambiamenti climatici.
E sì, perché il precedente elenco di immani e, forse, irreversibili disastri è davvero poco in confronto al progressivo innalzamento della temperatura che viviamo e a cui andiamo incontro: si parla di un innalzamento medio globale di 5,5-7,1 gradi centigradi entro il 2100. Sei gradi, dunque: sembra quasi una sciocchezza di fronte alle escursioni di 10-15 gradi a cui siamo abituati nei mesi di aprile o di settembre-ottobre. Ma, in realtà, sei gradi sono tanti, troppi, e hanno conseguenze che vanno oltre le nostre sensazioni corporee.
Per esempio: un quinto delle specie animali a rischio estinzione, 1-2 miliardi di persone senz’acqua, lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya e dell’intera Groenlandia, e, alla fine del secolo, l’Amazzonia, che ospita metà della biodiversità del pianeta, tramutata in un’arida savana.
E se questo non dovesse bastare, National Geographic Channel ha presentato una mappa dei diversi scenari possibili nei prossimi cento anni per ogni grado di aumento della temperatura globale.
• + 1 grado: niente più grano sul mercato mondiale;
• + 2 gradi: distruzione delle barriere coralline;
• + 3 gradi: continui cicli di siccità e tempeste di sabbia fino all’Europa centrale;
• + 4 gradi: scomparsa di Venezia, New York e di tutte le grandi città costiere; il Nord del Canada diventerebbe la zona più fertile del pianeta;
• + 5 gradi: al posto delle fasce temperate dei due emisferi si creerebbero due enormi zone inabitabili;
• + 6 gradi: il pianeta ritornerebbe alle condizioni ambientali del periodo del Cretaceo.

A chi ci affidiamo?
Dunque Copenaghen, 17 anni dopo Rio e 12 anni dopo Kyoto. Tra il 7 e il 9 dicembre 2009 l’ennesima, secondo molti l’ultima, possibilità di cambiare qualcosa.
Il tavolo danese è diviso in due: da una parte abbiamo il green Obama, che intanto non ha ancora ratificato il rientro degli Stati Uniti nel protocollo di Kyoto, dopo il clamoroso ritiro nel 2001 con l’avvento di Bush. Insieme a lui una serie di governatori apparentemente predisposti a prendere posizioni intransigenti: l’inglese Brown, il neoeletto premier democratico del Giappone Yukio Hatoyama e pochi altri.
Dalla parte opposta il nutrito gruppo di paesi in via di sviluppo (Cina, India, Brasile, Indonesia) che rivendicano la possibilità di adeguarsi al mondo occidentale e di raggiungere quel benessere che noi abbiamo prepotentemente raggiunto negli anni Sessanta. A questi vanno uniti i vari Berlusconi, Putin e Sarkozy che, usando un eufemismo, sono poco sensibili alle tematiche ambientali.
Si tratterà solo di scegliere. Tra il denaro e la vita, tra il presente e il futuro, tra la guerra e la pace, tra la collaborazione e la sopraffazione, tra un nuovo patto, un altro Kyoto, con degli impegni seri, vincolanti, responsabili e un nuovo rinvio, lasciando alla sensibilità e alla buona volontà dei singoli paesi l’arduo compito di proteggerci da un infausto futuro. E di sensibilità e volontà, come abbiamo visto, in giro ce n’è poca! Soprattutto dalle nostre parti…

Quale speranza
Le attese, dunque, si trasformano in un’unica, tenue speranza. Debole, ma viva. La speranza che la storia ci abbia insegnato a non guardare ciecamente e ossessivamente solo al presente, ma a volgere sempre uno sguardo al futuro, consapevoli che ogni traguardo raggiunto, ogni vetta conquistata, perde immediatamente di significato e di importanza se non possiamo garantirla anche a chi viene dopo di noi.
Una speranza che, tuttavia, deve essere preceduta e accompagnata da una presa di consapevolezza, da parte di tutti, che il nostro stile di vita non è evidentemente accettabile e sostenibile e che qualche rinuncia è indispensabile.
Ma questo sarà possibile solo quando ci renderemo conto che il Titanic non è inaffondabile e che il mare che abbiamo davanti è impervio e insidioso, e che di fronte alla montagna di ghiaccio bisognerà agire più responsabilmente e umilmente di quel fanatico capitano che cantava De Gregori: «Giovanotto, io non vedo niente. / C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole. / Andiamo avanti tranquillamente»."

    L’immagine: ghiacciaio Perito Moreno in Argentina. Foto gentilmente concessa da Massimo Musetti (maxim970@tiscali.it) e inserita in Cile e Bolivia. Diario di viaggio gennaio 2003 (copyright 2003

 

09 dicembre 2009                        "Per favore salvate il mondo"

Inizia così la conferenza sul clima. La cerimonia di apertura si apre con un video: alcuni bambini che rappresentano il domani, hanno mostrato uno scenario che ci proietta nell'Apocalisse. Una provocazione certamente, ma anche una preconizzazione, se da questo vertice non si concretizzeranno  provvedimenti adeguati dai Capi di Stato presenti.

 

Si tratta di un evento di portata storica. Sono presenti oltre 300 giornalisti. Proprio da alcuni testate mondiali, tra cui Repubblica, il Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Toronto Star è partito un appello espresso in un editoriale comune: "Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza", spiegano i 56 giornali, che dicono di aver deciso questo passo senza precedenti, quello di parlare con una sola voce, per chiedere ai leader mondiali di "fare la scelta giusta" a Copenhagen. "I rappresentanti politici che si riuniranno a Copenhagen hanno la possibilità di decidere quale sarà il giudizio della storia su questa generazione: una che ha capito la minaccia e che ne è stata all'altezza con le sue azioni oppure una talmente stupida da aver visto arrivare la catastrofe e di non avere fatto alcunché per impedirla. Vi imploriamo di fare la scelta giusta."

       La situazione oggi: clicca sull'immagine

Lo stallo è l’unica realtà che emerge da Copenhagen.

Il Senato degli USA ha imbavagliato il Presidente Obama non essendosi pronunciato circa l’accordo prima del summit. Il ruolo degli USA rimmarrà indefinito, come quello della Cina e dell’India che dichiarano di essere disponibili a percorrere la strada della produzione di energia pulita ma chiedono forti fianziamenti  a  sostegno dello sviluppo sostenibile.  La disponibilità dell’Europa ai finanziamenti è stata considerata come “noccioline” rispetto ai 500 miliardi di € all’anno prevedibili, ma impensabili per le economie dei Paesi più avanzati, pena il proprio collasso economico.

Gli scienziati che nel frattempo hanno approfondito le ricerche sui fenomeni in atto, sono sempre più convinti dell’impatto antropico sugli sconvolgimenti climatici: il loro grido di allarme contrasta, però, con le irrinunciabili esigenze delle macroeconomie, in particolar modo in questo momento storico già sconvolto dalla crisi economica dei Paesi occidentalizzati che ancora serpeggia.

I Paesi poveri subiranno i danni maggiori!  Le grandi Corporations  si sono sempre rifiutate di uniformarsi agli accordi di Kyoto per continuare a sfruttare le risorse a danno di tutti: impensabile che possano farlo oggi.

Le emissioni globali sono aumentate del 40% dal 97 ad oggi, pur con gli enormi sforzi fatti dall’Europa per limitare gli inquinanti, ma insignificanti rispetto agli aumenti delle emissioni cinesi, indiane  e americane che raggiungono quasi il 50% delle emissioni  globali e non prevedono correttivi per un immediato sviluppo ecosostenibile che rallenterebbe la loro crescita. 

Le macroeconomie imprigionano la Terra ed imbavagliano i Capi di Stato disponibili ai Summit ma sordi a ratificare i trattati.

Mossa a sorpresa: il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton, ha affermato che gli USA metteranno  a disposizione, entro il 2020, la loro partecipazione ai 100 miliardi di dollari per i Paesi sottosviluppati  e che sono "pronti a fare i passi necessari per raggiungere un accordo completo ed operativo sul clima e non ci devono essere dubbi sulla volontà degli Usa di arrivare ad un successo a Copenaghen”. 
Il presidente statunitense Barack Obama è arrivato a Copenaghen per partecipare, assieme a numerosi altri capi di Stato e di governo, al Vertice sul clima. Lo ha riferito un fotografo della France Presse presente sul posto.                                 
                             
Da un comunicato ANSA del 18.12.2009 0re 10,36            

“Le discussioni svolte durante la notte a Copenaghen tra una trentina di capi di Stato e di Governo, su iniziativa della  Ue, sono state "fruttuose e costruttive" ma sono "ancora lontane da un risultato".  E' quanto dichiarato dal primo ministro Danese Lars Loekke Rasmussen presidente della Conferenza sul clima. Stamattina i leader di questo gruppo hanno già ripreso i loro lavori, mentre a Copenaghen è arrivato il presidente Usa Barak Obama. Tante ore di lavoro notturno per cercare con tenacia un accordo sulle misure da prendere per frenare il riscaldamento del pianeta.  Negoziati ad oltranza qui a Copenaghen dove il vertice dell'Onu sul clima è arrivato veramente in dirittura d'arrivo con l'arrivo dei leader.

In attesa dell'entrata in scena di Barack Obama, prevista per questa mattina, i capi di Stato e di Governo si sono rimboccati le maniche e hanno iniziato a negoziare sul serio, anche attraverso una girandola di colloqui bilaterali che arriveranno al culmine oggi con gli incontri che il presidente americano avrà - qui a Copenaghen - con il premier cinese Wen Jiabao, con il presidente russo Dmitri Medvedev e brasiliano Ignacio Lula da Silva.  Convocato anche un extra-vertice notturno in una corsa contro il tempo, anche se molti pensano che sarà necessario prolungare il vertice di un altro giorno. In tarda notte l'annuncio del premier danese, Lars Rasmussen, che la riunione sta dando i suoi frutti e che è pronta una nuova bozza di accordo che sarà presentata questa mattina alle otto ai leader. Ci sarebbero l'impegno a ridurre le emissioni di gas inquinanti per mantenere l'aumento delle temperature sotto i due gradi e l'obiettivo di finanziare a lungo termine i Paesi in via di sviluppo con 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020.  Lo riferiscono, secondo l'agenzia Reuters, fonti che hanno preso parte ai colloqui e che hanno chiesto di mantenere l'anonimato."E' stata una riunione utile e fruttuosa", ha osservato Rasmussen confermando che gli sherpa lavoreranno tutta la notte per fare "ulteriori progressi". La svolta che ha ridato fiato al negoziato è comunque ancora una volta "made in Usa" anche se gli europei hanno spinto al massimo per un risultato alto.  Obama si è fatto precedere a sorpresa dal segretario di Stato Hillary Clinton che ieri mattina ha sparso a piene mani fiducia accompagnando le dichiarazioni di buona volontà con una apertura forte: gli Stati Uniti accettano di partecipare al fondo di aiuti per i Paesi in via di sviluppo per 100 miliardi di dollari entro il 2020. Resta in piedi l'incognita Cina che ieri ha mostrato un eccesso di tattica: prima ha gettato nel panico i negoziatori delle Nazioni Unite facendo sapere che un accordo era "impossibile"; quindi, attraverso una dichiarazione del premier cinese Wen Jiabao, ha chiesto un "accordo equilibrato, giusto e ragionevole". Intanto, forse non a caso, è trapelato uno studio shock delle Nazioni Unite che dice a chiare lettere che se si firmasse un accordo alle condizioni attuali il Pianeta rimarrebbe a rischio catastrofe. Secondo questo un documento confidenziale, le offerte di riduzione delle emissioni di Co2 sul tavolo dei negoziati, porterebbero ad un aumento medio delle temperature mondiali di tre gradi rispetto all'obiettivo dei 2 gradi. Tradotto: 170 milioni di persone in più soffrirebbero per le inondazioni e 550 milioni in più rischierebbero la fame.”


La lettura tra le righe ci dice che ognuno è portatore delle sue strategie ed un ipotetico accordo dovrà scaturire salvaguardando le facce di tutti. 

MINI ACCORDO SUL CLIMA

Un accordo senza cifre sulle riduzioni della Co2, con il riconoscimento dei dati scientifici che stabiliscono a 2 gradi il massimo di aumento della temperatura, e con una certezza solo sui fondi, 30 miliardi di dollari nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. A vincere è la Cina che aveva rifiutato il target di emissioni globali al 2050 del 50% per tutti i paesi. L'Ue accetta, anche se in modo timido, e il presidente francese, Nicolas Sarkozy esprime "delusione" per il mancato riferimento al taglio delle emissioni globali e annuncia una nuova Conferenza a Bonn entro 6 mesi. Ma proprio nella notte sul documento si accendono gli animi.

Nella sessione Plenaria della Conferenza, quando tutto sembrava scontato, parte il fuoco di fila dei paesi latini che contestano la procedura che ha portato al testo. A capitanare la rivolta é ancora una volta il simbolo della Conferenza, il piccolo Arcipelago del Pacifico, Tuvalu, che rischia di affondare sotto la spinta dei cambiamenti climatici. Il primo ministro Apisai Ielemia mette in chiaro che il futuro del suo piccolo stato "non è in vendita" e cita i 30 denari di Giuda. Sulla stessa linea d'onda intervengono a raffica Venezuela, Cuba, Costa Rica, Bolivia.

Scrive Stefano Polli

“Lo hanno chiamato accordo ma sembra qualcosa di molto simile a un fallimento.  La magia di Barack Obama non funziona a Copenaghen e dopo undici giorni di estenuanti e irritanti negoziati la montagna del vertice sul clima con migliaia di politici, esperti e tecnici partorisce il topolino di un' intesa minima.

Un accordo, se così lo vogliamo chiamare, al ribasso, raccolto sul filo di lana di una trattativa condotta senza convinzione e senza coraggio e portata avanti dai grandi della terra - Europa esclusa - guardando semplicemente agli interessi nazionali e ignorando il baratro che si intravede chiaramente nel futuro di un mondo fragile e esposto alle conseguenze dell'inquinamento e dell' effetto serra.

I veti contrapposti, le visioni egoistiche dei grandi del mondo - Usa e Cina in testa - hanno costretto la conferenza di Copenaghen a piegarsi ad un accordo senza respiro e senza visione che non può dare prospettive per la soluzione dei problemi climatici e che costringerà la comunità internazionale a nuovi appuntamenti a breve termine, già nei prossimi mesi.

Mancano i numeri in questo accordo e le parole da sole non possono bastare. Così come non possono bastare da soli gli obiettivi di limitare il riscaldamento a 2 gradi e il fondo da 30 miliardi di dollari come risorse immediate (2010-2012) e da 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020.

Dove sono gli impegni nazionali di riduzione del CO2? E dove é finito il riferimento per la riduzione globale del 50% al 2050?

Le cifre dovranno essere definite entro il primo febbraio 2010 e la comunità internazionale dovrà, secondo quanto ha riferito il presidente francese Sarkozy, rivedersi a Bonn fra sei mesi per un nuovo incontro. E' un accordo che non è vincolante, come ha spiegato Obama, che ha riconosciuto che si tratta di un' intesa "non sufficiente". Non solo. E' un' intesa che spacca i grandi: da un lato gli Usa che hanno raggiunto nelle ore frenetiche di consultazioni un accordo con India, Cina e Sudafrica e dall'altro l'Europa che , mentre Obama era già in volo per tornare negli Usa, era riunita per trovare un modo efficace per esprimere la sua frustrazione.

Usa e Cina - i più grandi inquinatori del mondo - sono rimasti fermi sulle loro posizioni, insufficienti per risolvere i grandi problemi dell'inquinamento globale. L' Europa ha malinconicamente confermato che non riesce a incidere sulla scena internazionale di fronte al crescente potere del nuovo direttorio mondiale, il G2 Washington-Pechino.

Tornano inevitabilmente alla mente l'impegno, la forza e la determinazione con cui i grandi del mondo hanno risposto, soltanto pochi mesi fa, alla recente crisi finanziaria, i soldi spesi e la tempestività dei loro sforzi. Nulla di tutto questo si è visto in questi giorni a Copenaghen. E in questo semplice paragone c'é l'immagine più chiara del fallimento di Copenaghen.”

G77: Il gruppo che raccoglie i paesi più poveri e in via di sviluppo protesta. L'accordo raggiunto "é il peggiore della storia" dei vertici dell'Onu.

"Questo presunto accordo è un fiasco totale, è anche un passo indietro rispetto al protocollo di Kyoto". E' durissima la reazione del direttore generale di Greenpeace, il francese Pascal Husting, alla prima lettura del testo finale dell'accordo di Copenaghen. "Se un capo di stato proverà a dire che questo accordo è un successo - ha aggiunto Husting - vincerà la Palma d'Oro per la comunicazione più menzognera dell'anno". 

Nella bozza circolata spariscono gli impegni vincolanti e collettivi, al loro posto un elenco delle disponibilità di ogni singolo stato. "Non c'é un solo punto - ha continuato il responsabile di Greenpeace - in cui si parla di obbligatorietà degli accordi. Il protocollo di Kyoto era insufficiente, ma almeno era vincolante. 

Questo testo è la prova che gli egoismi nazionali prevalgono ed è anche la versione più debole tra quelle circolate oggi". "I dati scientifici sono certi e non possono cambiare - ha concluso Husting - Ma se dopo tanti anni si arriva a questo significa che la politica ha fallito. Allora ci sono solo due possibilità: o si cambia la politica o si cambiano i politici".

2010 - Disastro ambientale

          Grazie British Petroleum! 

L'unica concreta risposta che Vi meritate è che i mercati mondiali rifiutino i vostri prodotti e....per sempre.

L’andamento climatico continua a evidenziare intense anomalie nel mondo. Diminuiscono i giorni di gelo con temperatura minima minore o uguale a 0 °C, mentre aumentano le notti tropicali e i giorni estivi. Cresce anche la temperatura superficiale degli oceani: l’Atlantico settentrionale ha mantenuto un’intensità compresa tra +1 e +2 °C, la stessa del 2008, mentre nel Pacifico tropicale, l’anomalia è stata lievemente positiva a partire dal mese di giugno. In termini di siccità il picco si è avuto in Messico e in Africa Centro-orientale dove la siccità ha causato una forte carestia per 23 milioni di persone. Anomalie di pari intensità hanno riguardato anche il Medio Oriente, l’Europa Orientale, le estremità settentrionali dell’Asia, dell’America e dell’Australia Sud-orientale. Alle intense anomalie termiche che hanno interessato le regioni australi, ha corrisposto una ridotta estensione della calotta artica (terzo valore più basso dopo il 2007 e il 2006).
In Russia, ad esempio, l’apice è stato registrato nel mese di febbraio con temperature medie mensili da 3 a 6 °C inferiori alla media 1961-1990. Nevicate intense (le più copiose degli ultimi 55 anni) hanno interessato il Nord-Est della Cina, mentre il record di copertura nevosa è stato raggiunto nel Nord America.
Per quanto riguarda le piogge, precipitazioni di particolare intensità hanno investito, nel corso del mese di giugno, l’Europa Centrale e la Cina, dove hanno distrutto numerose abitazioni e ridotto sensibilmente i raccolti. 

Il riscaldamento climatico fa sciogliere “il monte dell’Arca”: negli ultimi 30 anni i ghiacciai del monte Ararat, nella Turchia orientale, si sarebbero ridotti di circa un terzo della loro superficie. L’allarme è stato lanciato dal geologo Mehmet Akif Sarikaya, che ha anticipato la pubblicazione dei risultati di uno studio sui ghiacci della montagna sulla quale, secondo la leggenda, si sarebbe arenata l’arca di Noè dopo la fine del Diluvio universale.

L’ondata di caldo eccezionale che ha soffocato la Russia, la siccità e gli incendi che hanno ucciso decine di persone a distrutto migliaia di ettari di campi di grano sono tutti segnali del fatto che il cambiamento climatico causa condizioni meteorologiche estreme in tutto il mondo. Lo ha detto Alexander Bedritsky, consigliere meteorologico del Cremlino, che ha citato altri disastri che possono essere legati al riscaldamento globale come le tremende alluvioni in Pakistan, le più gravi in epoca storica, e l’ondata di caldo in Francia nel 2003, che uccise 15.000 persone. Presi insieme “questi sono segnali del riscaldamento globale” ha detto Bedritsky, che è anche presidente dell’Organizzazione meteorologica mondiale, in una conferenza stampa. Mosca è tradizionalmente molto cauta sul cambiamento climatico, in un paese la cui economia dipende in larga misura dall’export di petrolio e gas. L’ondata di caldo in Russia, la più forte in 130 anni di registrazioni delle temperature, ha alimentato migliaia di incendi, soprattutto nell’ovest del paese, seppellendo Mosca sotto una cappa di fumo acre per una settimana, un fenomeno che ha raddoppiato la mortalità in città. La siccità è gli incendi sono costati alla Russia anche un terzo dei raccolti di grano e il governo ha deciso di bloccare l’export di grano fino a fine anno, causando un’impennata dei prezzi sui mercati internazionali.

La Crimea potrebbe separarsi dall’Ucraina. Non tanto politicamente, quanto fisicamente. Le possibilità che in un prossimo futuro la penisola sul Mar Nero non sia più agganciata alla terraferma sono alte. Almeno secondo quanto ha detto Nicolai Kulbida, capo del Centro idrometrico d’Ucraina. A causa del riscaldamento globale e dell’innalzamento del livello dei mari la Crimea diventerebbe quindi un’isola. Un innalzamento di circa 50 cm del livello del Mar Nero provocherebbe la divisione della penisola dal continente.

Appare quindi sempre meno chiaro che fine faccia il protocollo di Kyoto a due anni dalla sua scadenza. Le visioni rimangono fortemente contrapposte tra chi (Cina e la maggior parte dei paesi in via di sviluppo) intende mantenerlo con gli emendamenti elaborati dal gruppo di lavoro AGW-KP e con la definizione dei nuovi impegni, e chi (la maggior parte dei paesi industrializzati compresa la UE), invece, vorrebbe contestualizzarlo nel più ampio trattato messo a punto dal gruppo AGW-LCA, in termini di percorso ed obiettivi di breve periodo nel contesto più ampio del percorso e degli obiettivi di lungo periodo.
Per quanto riguarda gli obiettivi di breve e di lungo periodo, va evidenziato che la maggior parte dei paesi industrializzati (compresa la UE) e dei paesi in via di sviluppo emergenti (compresa Cina), hanno più volte ripetuto le loro posizioni, tra cui la stessa dichiarazione di altre sessioni precedenti: la disponibilità ad assumere impegni più ambiziosi, o molto ambiziosi, purchè gli altri facciano la stessa cosa. Una dichiarazione questa che, in pratica, significa che nessuno farà nulla se gli altri non avranno fatto prima qualcosa, e che porta inevitabilmente a prolungare una situazione di stallo, in attesa che qualcuno prima o poi faccia la prima mossa.

L’ultimo appuntamento prima della conferenza di Cancun si è risolto in avanzamenti minimi, se non, per alcuni aspetti, in qualche passo indietro. A Tianjin, in Cina, la sessione è stata a dir poco interlocutoria, se non inconcludente.

La settimana dedicata alla Conferenza Onu sul clima di Cancun, dove si sono riuniti i ministri di ben 194 Paesi del mondo, che si sono seduti attorno ad un tavolo per trovare una soluzione ai problemi sempre più incombenti che minacciano il clima mondiale. Il nodo centrale critico resta – ancora una volta – il post protocollo di Kyoto, che se da un lato, per alcuni parametri, è già insufficiente, dall’altro trova ancora numerose difficoltà ad essere rispettato. È necessario quindi che i Paesi partecipanti trovino un accordo bilanciato e unanime.
Tutti i governi partecipanti, con la sola eccezione della Bolivia, hanno aderito ad un'intesa che li impegna a stipulare, in occasione della Conferenza del dicembre 2011 (COP 17), un accordo per la riduzione entro il 2020 delle emissioni globali di gas ad effetto serra tra il 25% ed il 40%. 
L'obiettivo è limitare l'aumento delle temperature a non piu' di due gradi. Le percentuali di riduzione sono riferite ai dati misurati per il 1990 e presi come punto di partenza dal Protocollo di Kyoto.
Diciamo subito che questa intesa vale meno delle promesse elettorali di un politico. Nessuno dei problemi chiave che finora hanno impedito la stipulazione di un efficace accordo sul clima è stato risolto. Non c'è accordo su come la responsabilità della riduzione globale delle emissioni sarà ripartita tra i diversi Paesi. Non c'è accordo sull'effettiva entità della riduzione, poiché tra il 25% ed il 40% corrono 15 punti percentuali che costituiscono un'enormità in termini di effetti sulle temperature. Non c'è accordo sul carattere vincolante dei futuri ed eventuali impegni di riduzione nazionale che per il momento sono lasciati alla mutevolezza della buona volontà degli Stati, e davvero non si capisce come, tra un anno, questi governi potranno far quadrare i conti delle singole percentuali.
Si consideri la totale inadeguatezza del riferimento ai dati del 1990 per la determinazione delle percentuali di riduzione: dati vecchi di 20 anni, superati dalle rivoluzioni economiche che hanno fatto esplodere le emissioni di Paesi come la Cina e l'India.
Si consideri anche l'inadeguatezza delle percentuali di riduzione (dal 25% al 40%) rispetto all'obiettivo di contenere a due gradi l'aumento delle temperature, raggiungibile solo con percentuali di riduzione doppie rispetto a quelle ventilate nell'intesa raggiunta ieri.
L'intesa prevede anche investimenti per la tutela delle foreste e per il trasferimento di tecnologie a basso impatto ambientale ai cosiddetti Paesi emergenti, investimenti che per il primo anno di applicazione del futuro accordo sono quantificati in 10 miliardi di euro e che poi dovrebbero progressivamente crescere fino a raggiungere i 100 miliardi nel 2020. Ma l'intesa non precisa quali Paesi dovranno assumersi i costi degli investimenti e quali ne trarranno beneficio.

L'intesa di Cancun è dunque un accordo senza obblighi per nessuno, e come tutti gli accordi che non prevedono impegni vincolanti, ha il valore di una semplice promessa che al vertice dell'anno prossimo molto difficilmente vedremo trasformarsi in un accordo reale ed efficace.
Cancun si era aperto senza particolari aspettative e si è chiuso con un capolavoro di ipocrisia.

I governi di tutto il mondo hanno concordato un pacchetto di decisioni che saranno la base per il sostegno di ulteriori negoziati nel corso del prossimo anno con l’obiettivo di raggiungere un risultato finale in occasione della prossima Conferenza sul clima (COP17) di Durban, nel novembre - dicembre 2011.

2011 - Allarme dell'Onu sul clima
"I disastri aumenteranno"
Il nuovo rapporto della task force: Alluvioni e tempeste sempre più violente. Eventi estremi destinati a crescere. Gli esperti dell'Ipcc: caldo e piogge tropicali in Europa diventeranno la norma. 
Così scrive Antonio Cianciullo: “Roma, Cinque Terre, Genova, Napoli. Eccola qui, concentrata in pochi giorni, l'anticipazione del clima che verrà. La rabbia del vento che spazza via tutto, i muri d'acqua che si trasformano in bombe idriche, le tempeste di lampi che riempiono il cielo: fenomeni che chiamiamo estremi perché fino a ieri rappresentavano il limite dell'orizzonte conosciuto, oggi si ripetono con frequenza devastante. Domani potrebbero diventare routine. L'allarme viene dal quinto rapporto sul cambiamento climatico che l'Ipcc, il panel di oltre 2 mila scienziati messo in piedi dalle Nazioni Unite, sta mettendo a punto. A Kampala, in Uganda, dal 14 al 19 novembre si sono riuniti gli esperti di eventi estremi e dalla loro analisi (Special report on managing the risk of estreme events and disasters): emerge un quadro drammatico del caos climatico prodotto dall'uso di carbone e petrolio e dalla deforestazione: è "praticamente certo", dicono gli esperti, che aumenteranno le ondate di gelo e di calore estremo, le inondazioni, i cicloni tropicali ed extratropicali. E a pagare lo scotto maggiore saranno i tropici e l'artico, ma anche le aree temperate più vicine alla fascia in forte riscaldamento.
Anche i numeri dei climatologi sottolineano come il 2010 ed il 2011 siano stati anni che hanno accelerato il trend di crescita dei disastri climatici: le temperature globali hanno segnato un nuovo record, ondate di incendi hanno messo in ginocchio la Russia, alluvioni record hanno ucciso 2 mila persone in Pakistan e sconvolto l'India, una tempesta di polvere ha soffocato Pechino e ha colpito 250 milioni di persone, Bangkok è finita sott'acqua, la siccità e la carestia devastano il Corno d'Africa, l'uragano Irene ha seguito una rotta impazzita arrivando a far tremare New York, Genova ha conosciuto uno degli alluvioni più violenti della sua storia, le cinque Terre sono state travolte dal fango, Messina e la sua provincia registrano disastrose alluvioni.
Secondo l'Ipcc l'aumento dell'energia in gioco in atmosfera prodotto dalla crescita delle emissioni serra aggraverà tutti questi problemi. In assenza di un alt ai combustibili fossili e alla deforestazione, le ondate di calore che nel 2003 hanno fatto 70 mila morti aggiuntivi in Europa diventeranno più frequenti; entro il 2050 i massimi di temperatura saranno di almeno 3 gradi superiori ai massimi di temperatura del secolo scorso ed entro il 2010 di 5 gradi superiori; le aree aride e semiaride in Africa si espanderanno almeno del 5-8 per cento; si perderà fino all'80 per cento della foresta pluviale amazzonica; la taiga cinese, la tundra siberiana e la tundra canadese saranno seriamente colpite; il Polo Nord diventerà presto navigabile d'estate; la popolazione mondiale sottoposta a un crescente stress idrico passerà dal miliardo attuale a 3 miliardi.

"Lo scenario devastante indicato dall'Ipcc può ancora essere evitato se si puntano con decisione sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica", precisa Vincenzo Ferrara, il climatologo dell'Enea. "È un passaggio complesso ma si può avviare subito a costo zero: basterebbe chiudere il rubinetto degli incentivi che, a livello globale, finanziano con circa 400 miliardi di dollari l'anno i combustibili fossili che minano la stabilità climatica e usare questi fondi per rilanciare le energie pulite".

"Non abbiamo scelta: il fatto che in pianura padana le piogge siano complessivamente diminuite mentre le alluvioni aumentano mostra in modo inequivocabile che il clima italiano si è tropicalizzato", aggiunge Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. "Non possiamo limitarci a contare le vittime del caos climatico senza reagire".
Precipitazioni più intense, feroci tempeste e siccità intensificandosi, potranno colpire il mondo nei prossimi decenni. Dicono gli esperti che aumenteranno le ondate di gelo e di calore estremo, le inondazioni, i cicloni tropicali ed extratropicali. A pagare lo scotto maggiore saranno i tropici e l'artico, ma anche le aree temperate più vicine alla fascia in forte riscaldamento
Secondo l' Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il corpo di scienziati del clima a livello mondiale convocata dalle Nazioni Unite, dal livello dei mari aumenterà la vulnerabilità delle aree costiere, e l'aumento di "eventi meteorologici estremi" spazzerà economie nazionali e distruggerà la vita di milioni di persone. Gli scienziati hanno avvertito di questi effetti per anni; il rapporto del 18.11.2011 a Kampala - la "relazione speciale sulla meteorologiche estreme" compilato da più di due anni da 220 scienziati - è il primo esame completo delle conoscenze scientifiche in materia, nel tentativo di produrre un giudizio definitivo. Il rapporto contiene gli avvisi per i paesi in forte sviluppo in particolare, che rischiano di essere maggiormente colpiti dai fattori geografici, anche perché sono meno preparati per condizioni meteorologiche estreme ed hanno meno capacità di recupero economico rispetto alle nazioni sviluppate. Ma il mondo sviluppato non rimarrà indenne – fenomeni di piogge più intense, ondate di caldo e siccità sono tutti suscettibili di lasciare il loro segno sempre più disastroso. 
Chris Field, co-presidente del gruppo di lavoro dell'IPCC che ha prodotto il rapporto, ha detto che “il messaggio è chiaro - gli eventi meteorologici estremi sono sempre più probabili. Ci sono prove chiare e solide di questo. Sappiamo anche molto di più circa le cause delle perdite da disastri". 
Egli ha esortato i governi a prendere nota che “molti degli impatti economici e umani dei disastri possono essere evitati se l'azione richiesta è presa tempestivamente: stiamo perdendo troppe vite e troppe attività economiche in disastri". 
Il rapporto è stato cronometrato poco prima dei colloqui cruciali che si sono svolti alla fine del mese di novembre 2011 a Durban, Sud Africa, dove i governi del mondo avrebbero potuto produrre un nuovo accordo globale per combattere le emissioni di gas ad effetto serra e ai cambiamenti climatici. La buona notizia è che c'è un generale consenso circa la necessità di un accordo giuridicamente vincolante, ma la cattiva notizia è che nessun accordo giuridicamente vincolante è stato fatto a Durban.
Capo clima d'Europa, Connie Hedegaard, ha detto che la relazione dovrebbe spronare i governi ad agire e che il mondo ha solo cinque anni per prendere le misure necessarie di taglio alle emissioni per evitare un catastrofico riscaldamento globale . Ha detto:. " è frustrante vedere che alcuni governi non mostrano la volontà politica ad agire, alla luce dei fatti è ancora più convincente che la questione deve essere messa all’attenzione di quei governi che sono a favore di rimandare le decisioni: per quanto tempo si può difendere questa inazione''? 
Bob Ward, direttore delle comunicazioni presso il Grantham Research Institute della London School of Economics, ha detto che il rapporto scientifico è ormai chiaro: " esperti dei più recenti dati scientifici disponibili mostrano chiaramente che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto in molte parti del mondo con particolare riferimento alla frequenza e localizzazione degli eventi meteorologici estremi, come ondate di caldo, siccità e inondazioni. Queste tendenze sono state identificate nel corso degli ultimi decenni, quando l'aumento della temperatura media globale è stata solo di pochi decimi di grado centigrado. 
Il rapporto mostra che se non fermiamo l'attuale aumento vertiginoso dei livelli di gas serra, il riscaldamento globale esaspererà i drammatici cambiamenti climatici estremi che potrebbero sopraffare qualsiasi tentativo che le popolazioni umane potrebbero fare per adattarsi ai loro impatti. 

La relazione di sintesi ha anche prodotto avvertimenti, che rifletteno la difficoltà di legare specifici eventi meteorologici estremi di origine antropica attribuendo perdite economiche, come i danni da tempeste e alluvioni, anche ad altri fattori coinvolti come l'urbanizzazione e la ricchezza crescenti come moltiplicatori delle perdite che oggi sono maggiori rispetto al passato. 
Questo punto rischia di diventare particolarmente controverso in futuro, poiché i governi dei paesi industrializzati sono chiamati a fornire finanziamenti per il mondo povero per aiutare le persone ad adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici. 
Gli scienziati hanno dichiarato di essere sicuri che un riscaldamento del clima si traduce in un aumento della frequenza degli uragani e dei cicloni tropicali, esprimendo un duro avvertimento per l'emisfero nord, e le aree di Europa e Nord America, dove normalmente non si verificano uragani. C'è stato uno "spostamento verso il polo" nel modello delle tempeste, il che significa che violente tempeste hanno maggiori probabilità di colpire zone come New York e la costa atlantica dell'Europa. 
Modelli scientifici mostrano anche che è molto probabile, un termine che indica, in gergo IPCC, dal 90% al 100% di probabilità, che la lunghezza, la frequenza e l'intensità di caldo o ondate di calore aumenteranno nel maggior parte delle aree della terra. Ciò significa che i giorni caldi di registrazione, che in precedenza ci si poteva aspettare una volta in 20 anni, sono ora probabilmente ogni due anni. Questo potrebbe avere un grave impatto sugli anziani e i giovanissimi, in particolare, che sono più vulnerabili alle variazioni di temperatura. 
Il rapporto ha detto: "E 'probabile che la frequenza di precipitazioni intense o la percentuale di precipitazioni totali aumenterà nel 21 ° secolo in molte aree del globo. Ciò è particolarmente vero nelle alte latitudini e nelle regioni tropicali, e, in inverno, nel nord medie latitudini; pesanti piogge associate a cicloni tropicali rischiano di aumentare con il riscaldamento continuato. Questo significa che nubifragi che ci si poteva aspettare una volta in 20 anni diventeranno una normalità in cinque anni di ricorrenza. Gli scienziati sono esitanti a tradurre tutto ciò in concrete avvertenze circa la frequenza di inondazioni e di alluvioni, perché queste possono aggravarsi per fattori locali come la topografia, ma ha chiaramente confermato che le inondazioni, frane e smottamenti sono associate a forti piogge intervallate da periodi asciutti che, nel 21 ° secolo, in alcune stagioni ed aree, a causa della riduzione delle precipitazioni e / o una maggiore evapotraspirazione tenderanno ad intensificarsi. Hanno individuato le aree più vulnerabili del sud Europa e del Mediterraneo, Europa Centrale, America del Nord, America Centrale e Messico, a nord-est del Brasile, e Africa meridionale. 
Necessita un'azione rapida da parte dei governi riuniti a Durban, Sud Africa, per proseguire i negoziati su un accordo globale per affrontare i cambiamenti climatici. Tim Gore, consigliere di Oxfam cambiamento climatico, ha detto:. "Questo è un campanello d'allarme per i leader mondiali ad agire subito sui cambiamenti climatici per salvare vite e denaro. Il legame tra cambiamenti climatici e un aumento della frequenza e l'intensità di alcuni eventi meteorologici estremi è sempre più chiaro, e sono le persone più povere e vulnerabili del mondo che ne sono colpite. Inondazioni e siccità, come quelle che di recente hanno colpito l'Asia orientale e il Corno d'Africa possono distruggere interi raccolti, contribuendo all'impennata dei prezzi alimentari portando i poveri alla fame. " Ha aggiunto: "Le stime suggeriscono che ogni dollaro investito in adeguamento al cambiamento climatico potrebbe far risparmiare 60 dollari in danni. I governi devono trovare il denaro necessario per investire ora, ed evitare i costi di gran lunga superiori di clean-up e vite perse in seguito.." 

Cancun, c'è l'accordo sui gas serra. Il disastro di Copenhagen è alle spalle
Al vertice vince la realpolitik: spiragli per un'intesa nel 2011 dopo il naufragio di un anno fa. Ma non c'è nulla di vincolante.
Scrive Roberto Giovannini, inviato a Cancun.
“E' il classico caso di interpretazione del bicchiere. Il bicchiere dell'accordo di Cancun è mezzo pieno? E' mezzo vuoto? Se lo osserviamo dal punto di vista della scienza, della fisica, della chimica dell'atmosfera e degli oceani, non ci sono molti dubbi: nelle carte concordate da 193 paesi del mondo – e considerate una legittimazione dell'ecocidio da parte del solo, irriducibile, negoziatore della Bolivia Pablo Solon – non c'è praticamente nulla che concretamente e in modo vincolante dia una mano al pianeta Terra. I termini del problema, da quel punto di vista, sono chiarissimi. Già oggi la concentrazione di CO2 nell'atmosfera tocca le 390 parti per milione (440 equivalenti considerando anche gli altri gas serra); dovremmo fermarci a 350 ppm per stare tranquilli. Ovvero evitare di superare 1,5 gradi di aumento della temperatura globale, considerata la soglia da rispettare per evitare disastri. Per riuscirci dovremmo toccare il picco massimo delle emissioni nel 2015, e poi scendere velocemente. Ce la facciamo solo se succede un miracolo, e secondo tanti scienziati ormai sono andati persi persino i 2 gradi.
Oppure possiamo essere più realisti. E vedere la parte piena del nostro bicchiere. Nessuno, neanche i più sfrenati ottimisti, sperava che a Cancun si potesse avere un accordo globale legalmente vincolante. Cina, Stati Uniti, India, Russia, Giappone, Unione Europea partivano da posizioni ed esigenze di partenza che – molto semplicemente – erano assolutamente inconciliabili.
Il miracolo di Cancun – un miracolo messicano, perché tutto il merito spetta alla presidenza messicana di Patricia Espinosa Cantellano – è aver messo alle spalle Copenhagen, e aver aperto uno spiraglio per un'intesa globale per il 2011 a Durban, ripristinando il percorso multilaterale sotto l'egida ONU. Un colpo diplomatico da maestro, che ha aggirato i veti incrociati con pragmatismo e abilità, e ha stabilito alcuni caposaldi (di principio e di sostanza, come il REDD) fondamentali. A Copenhagen, ormai è chiaro a tutti, è stata perduta la vera occasione storica. Cancun ha rimesso il processo in carreggiata, ed è una cosa buona. Ma il pianeta non è salvo. La fisica e la chimica non tengono conto della diplomazia.”

Durban: accordo globale salva-clima, adozione entro il 2015. 
Clini: «Superati i limiti di Kyoto»
Alla 17ma conferenza Onu sul clima di Durban è stato raggiunto in extremis un accordo sulla tabella di marcia per arrivare a un trattato globale sulla lotta ai cambiamenti climatici entro il 2015, che entrerà in vigore nel 2020. Dopo una maratona di 13 giorni di negoziati, nelle prime ore di domenica è arrivata l'intesa che per la prima volta impone a tutti i grandi inquinatori di intraprendere iniziative per ridurre i gas serra. Il presidente della Conferenza, Maite Nkoana-Mashabane: «Abbiamo fatto la storia»
Per l'accordo si inizierà a lavorare già nel 2012. Per l'accordo globale si inizierà a lavorare già a partire dal prossimo anno. Per questo è stato incaricato un gruppo di lavoro ad hoc in base alla «piattaforma di Durban». Il documento, che dà mandato al gruppo di lavoro di definire l'accordo globale entro il 2015, sottolinea l'urgenza di accelerare i tempi e di alzare il livello di riduzione. La forma giuridica dell'accordo sarà oggetto di ulteriori discussioni. Per quanto riguarda il Kyoto2 dopo il 2012, riguarderà sostanzialmente l'Europa e pochi altri paesi industrializzati, visto che Giappone, Russia e Canada da tempo hanno annunciato il loro no al secondo periodo del Protocollo. Il Kyoto2 ha la funzione di fare da ponte verso l'accordo globale. 
Via libera all'attività del Fondo Verde. Nel «pacchetto Durban» approvato dalla Conferenza, anche il via libera all'operatività del Fondo Verde per aiutare i paesi in via di sviluppo a sostenere le azioni contro il riscaldamento globale. Si tratta di 100 miliardi di dollari al 2020. 
La tabella di marcia con l'accordo mondiale e il 'pontè di Kyoto2 ha come principale obiettivo quello di portare dentro la lotta comune ai cambiamenti climatici le nuove economie come Cina, Brasile e India. La partita è importante anche nei confronti degli Stati Uniti che non hanno mai ratificato il primo periodo di Kyoto. 
La Ue, una svolta storica. «L'accordo sulla roadmap per il clima è una svolta storica». Lo scrivono Commissione e Consiglio Ue in una nota congiunta. «La strategia dell'Unione Europea ha funzionato», ha detto la Commissaria all'Ambiente, Connie Hedegaard, sottolineando che «molti credevano che Durban non avrebbe potuto fare altro che mettere in atto le decisioni di Copenaghen e Cancun, invece l'Europa voleva più ambizione e ha ottenuto di più». «Kyoto - ha aggiunto Hedegaard - divideva il mondo in due categorie, ora avremo un sistema che riflette la realtà di iun mondo reciprocamente interdipendente». «Con l'accordo sulla 'roadmap verso un quadro legale che dal 2015 coinvolgerà tutti i paesi nella lotta al cambiamento climatico - ha concluso Hedegaard - L'Unione europea ha raggiunto il suo obiettivo chiave nella Conferenza di Durban». Entusiastico anche il commento di Marcin Korolec, ministro per l'ambiente della Polonia, il Paese che detiene la presidenza di turno dell'Unione: «Questo è un momento paragonabile, se non anche superiore, a quello del successo del Cop1 nel 1995 quando, con il Mandato di Berlino, si arrivò all'unico accordo legalmente vincolante noto come Protocollo di Kyoto». 
Superati i limiti di Kyoto. «Siamo usciti dal "cono d'ombra" di Copenaghen. L'accordo supera i limiti del Protocollo di Kyoto e ha una dimensione globale» offrendo all'Europa, e soprattutto all'Italia, la possibilità di costituire la "piattaforma" per lo sviluppo con le grandi economie emergenti: Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica. Lo ha dichiarato "a caldo" il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, commentando i risultati raggiunti a Durban. 
Legambiente, un passo importante. «A Durban dopo lunghi e difficili negoziati si è riuscito ad evitare il fallimento e rinnovare il Protocollo di Kyoto come regime di transizione verso un nuovo accordo globale, che dovrà coinvolgere anche le maggiori economie del pianeta superando l'attuale contrapposizione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo». Lo si legge in una nota delal Legambiente, che prosegue: «La Piattaforma di Durban prevede infatti la sottoscrizione di un nuovo accordo globale entro il 2015 e la sua applicazione a partire dal 2020. Esito questo non scontato visto l'ostruzionismo degli Stati Uniti, sostenuti da Canada Australia e Nuova Zelanda con Russia e Giappone a dar loro manforte. Ma grazie al ruolo determinante dell'Europa - finalmente con il sostegno convinto anche del nostro governo - è stato possibile dare vita ad una Coalizione di volenterosi tra paesi industrializzati emergenti e in via di sviluppo in grado di spingere India e Cina ad abbandonare il gioco dei veti contrapposti e costringere gli Stati Uniti ad approvare un mandato a sottoscrivere un accordo globale che abbia il Protocollo di Kyoto come architrave». (S. Nat.) 

L’ unica concreta speranza per fondare, difendere e tutelare la Democrazia Ecologica rimane la Carta Costituzionale Mondiale, altrimenti con la nostra madre Terra seppelliremo anche le utopie!

Inizio Pagina                    Pagina precedente